Alessandro Reati

Categories: AIF,Interviste

  


ALESSANDRO REATI


Business Practice Leader, Cegos Italia

Quest’anno la riflessione che vorremmo proporre riguarda il nostro lavoro quotidiano e più nello specifico tre parole:
 
La prima parola è sentiero, inteso come percorso quotidiano di sviluppo e conoscenza.

Adriano Olivetti era, prima che un imprenditore innovativo, un uomo visionario, promotore di una idea di società basata sul senso di comunità e sullo sviluppo di benessere condiviso. Per questo, in un evento a lui dedicato, i punti della mia riflessione non possono che ispirarsi ad alcune sue affermazioni.

«Chi opera secondo giustizia opera bene e apre la strada al progresso. Chi opera secondo carità segue l’impulso del cuore e fa altrettanto bene, ma non elimina le cause del male che trovano luogo nell’umana ingiustizia»
A.Olivetti

La funzione HR e, in senso lato, il management della maggior parte delle aziende dovrebbe sostanzialmente valorizzare la componente umana dell’organizzazione, evitando ogni tentazione di dirigismo e di propaganda. In particolare dovrebbe essere contenuta la tendenza alla leadership direttiva e alla enfatizzazione dell’individualismo che negli ultimi anni ha caratterizzato molte organizzazioni italiane. Il grado di libertà presente nelle organizzazioni deve essere coltivato favorendo rispetto reciproco e valorizzazione delle differenze. Sono fermamente convinto che, come il progresso tecnologico, anche gli aspetti strettamente legati all’attività lavorativa umana e le competenze che ne derivano, continuino ad avere una estrema rilevanza nella creazione di un futuro migliore. La soft skill di riferimento dovrebbe essere principalmente apprendere ad apprendere, nella sua più estesa accezione, quella che contempla la ricerca del senso, del benessere comune e della condivisione della conoscenza.

 
La seconda chiave è il qui ed ora, la consapevolezza, intesa come conoscenza delle proprie competenze.

“Come possiamo contribuire a costruire quel mondo migliore che anni terribili di desolazione, di tormenti, di disastri, di distruzione, di massacri, chiedono all’intelletto e al cuore di tutti?“
A.Olivetti

La formazione è per sua natura eterodossa nelle tecniche. Le pratiche di Mindfulness (nelle declinazioni proposte da Thích Nhất Hạnh, Herbert Benson, Jon Kabat-Zinn and Richard J. Davidson ) possono certo essere introdotte entro il grande capitolo della prassi formativa. Si tratta di una esperienza non più nuova, stante che le prime sperimentazioni risalgono ai primi anni ‘70. Lo stesso Richard J. Davidson ha comunque già segnalato del 2017 che non dobbiamo creare aspettative improprie intorno a questo metodo. La sua efficacia è strettamente correlata con la volontà di pratica del soggetto e questo aspetto deve essere considerato con estrema attenzione negli ambienti organizzativi (dove la decisione del training spesso viene presa da committenti che non sono partecipanti…). Bisogna insomma fare attenzione a non cader preda delle mode, a non confondere lo strumento con l’obiettivo, prevenendo il rischio della banalizzazione della pratica, come anche della diffusione impropria e direttiva. Ogni soggetto è diverso, pur nella comune ricerca di benessere: molteplici possono essere i modi in cui si percorre il proprio sentiero. La nostra pluriennale esperienza come formatori ci conferma che l’interazione umana (anche nelle contemporanee declinazioni digitali) è cruciale per un apprendimento che permetta realmente di trasformare attitudini in competenze e competenze in prestazioni che siano, anche socialmente, di valore.

 
Infine il cardine su cui si svolge la nostra vita, anche professionale, l’alleanza.

«La bellezza, insieme all’amore, la verità e la giustizia, rappresenta un’autentica promozione spirituale. Gli uomini, le ideologie, gli stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici, non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà».
A.Olivetti

La sensibilità ambientale è finalmente riemersa nella generazione Z dopo aver attraversato tutte le generazioni precedenti, dal secolo scorso a oggi. Si tratta di un tema che rimette al centro della riflessione la ricerca di senso e di umanità, anche in una prospettiva storica. A fronte di una operatività aziendale che spesso, nei fatti, spinge verso l’individualismo e l’iperattività deve essere ricercata una tensione comune nella ricerca di uno scenario futuro che possa essere costruito insieme, valorizzando passione e diversità. La valorizzazione delle soft skills non potrà che far parte di questo nuovo approccio di comunità. In un mondo in cui diventa sempre più necessaria la riscoperta del passato per poter sognare un mondo migliora il nostro compito come formatori è quello di aiutare le persone ad integrare le proprie competenze individuali entro un patrimonio socialmente condiviso. Chi promuove formazione dovrà dunque ritornare a forme di analisi e progettazione partecipata, facilitate da tool digitali ma sempre idealmente basate su metodi di sviluppo organizzativo che favoriscano la ricerca condivisa di itinerari verso opportunità definite collettivamente.


 

Torna all’elenco delle interviste

0