Andrea Paliani

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ANDREA PALIANI

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Managing Partner Advisory Services – Mediterranean Region at EY

Micro e macro interagiscono costantemente generando motivazioni, impegno e partecipazione della persona. Per questi motivi il formatore deve sperimentare sempre più approcci sistemici e strumenti innovativi, anche associando differenti discipline. La formazione è sempre più esperienziale, e il luogo ideale dove generare apprendimenti in grado di produrre cambiamenti personali e professionali coerenti con le dinamiche di sviluppo dello scenario socio-economico e le esigenze competitive delle organizzazioni.
Quali sono i metodi e gli strumenti a disposizione del formatore in grado di migliorare l’interazione tra scenario sociale e competitivo, organizzazione e persona al fine di arrivare alla giusta comprensione delle dinamiche economiche e industriali, all’uso consapevole della tecnologia e al corretto sviluppo personale?

I nostri docenti (sia interni che esterni) sono prima di tutto consulenti direzionali, che vivono l’azienda e trasferiscono agli allievi esperienze di vita, metodi per risolvere tematiche aziendali legate al top management attraverso approcci strutturati. La discussione di casi, supportata dall’interazione con i manager di impresa, consentono di chiarire le principali tematiche gestionali, le modalità con cui vengono affrontate, le analisi da realizzare, le modalità di rappresentazione di possibili opzioni, le tecniche di implementazione delle soluzioni. Si descrivono con metodo casi pratici, approcci progettuali e si coinvolgono i consulenti strategici che hanno vissuto l’esperienza diretta.
Nell’ambito del programma si affrontano tre aree principali di competenza che le nostre risorse devono sviluppare: la capacità di comunicare in modo conciso ed efficace al top management delle aziende, ad una platea di uditori. La capacità di risolvere rapidamente ed efficacemente criticità aziendali con approcci metodologici e casi concreti, la capacità di creare nuove opportunità di business applicando i canvas (metodi) tipici della App economy; infine la capacità e il metodo per lavorare insieme ai clienti in ambienti di innovazione congiunta, co-creazione con un parterre ampio di soggetti (consulenti, università, centri di ricerca, start ups, incubatori, fondi di private equity, esperti di settori o di funzioni specifiche).
Si ragiona con i partecipanti in aula in termini di valore creato per il cliente e per il settore industriale di riferimento, identificando soluzioni che possano essere scalabili a livello di settore, di funzioni simili o geografie.

 

La terza rivoluzione industriale, nel 1970, ha segnato la nascita dell’informatica. La data d’inizio della quarta rivoluzione industriale non è ancora definita, probabilmente perché è tuttora in corso e solo a posteriori sarà possibile identificarne l’atto fondante. La moltiplicazione della complessità è una delle caratteristiche dell’innovazione, per cui di fronte a una tecnologia sempre più amichevole e familiare, ci si confronta con un’incertezza continua che rende complesso identificare il senso e la direzione del cambiamento. Ci avviamo verso un futuro in cui intelligenza artificiale, robotica e persone interagiranno nelle nostre organizzazioni.
In questo contesto quali metodi e strumenti possono essere utilizzati nella formazione professionale per facilitare un inserimento sensato e un uso consapevole di tecnologie abilitanti fondamentali per l’internazionalizzazione e la realizzazione di Industria 4.0?

Sicuramente la presentazione di casi concreti di imprese che hanno attuato un change management a partire dall’innovazione tecnologica. E l’analisi dei metodi attuati caso per caso. Parliamo di casi di cultura d’impresa innovativa. Fra gli argomenti di dibattito su industria 4.0 c’è un convitato di pietra di cui ancora poco si parla. Si tratta proprio della cultura d’impresa. Nonostante il buon livello di competenze dei nostri laureati, essi trovano poco spazio nelle nostre imprese, soprattutto per il fatto che manca spesso un’organizzazione aziendale in grado di concepire l’innovazione in chiave di investimento futuro strategico. Basta considerare che secondo il Global Competitivity Index* siamo al 74° posto al mondo per spesa nel terzo ciclo formativo, al 57° nel lifelong learning e al 114° nello sviluppo dei lavoratori dipendenti. La massima cui fare riferimento è quella di un grande innovatore, come Adriano Olivetti: “l’uomo e l’organizzazione sono in equilibrio armonico”. È di questa armonia nei processi decisionali e produttivi che l’Italia ha bisogno. I vecchi modelli di gestione aziendale, di attività e servizi della PA, di insegnamento, di società nel suo complesso non servono più nel mondo attuale. È la continua innovazione dei modelli, la flessibilità nel progettare e utilizzare nuovi processi, la co-creazione e la cultura dell’apprendimento e della continua innovazione che permettono a una azienda, come a un Paese, di svilupparsi e prosperare. Se guardiamo la situazione italiana, il piano industria 4.0, portato avanti con grande determinazione dal Ministro Calenda, è un piano innovativo per il nostro Paese e di grande portata. Ma l’intervento principale deve arrivare da parte delle imprese, che devono far propria la cultura del change management e della velocità di reazione, continuando ad evolversi su obiettivi di business sempre nuovi.

 

I giovani si trovano di fronte a nuove e importanti sfide che prospettano rischi e opportunità. La trasformazione digitale ha portato un cambiamento della natura stessa del lavoro che causerà un inevitabile riassestamento della società. In settori storici stanno scomparendo numerosi posti di lavoro mentre altri segmenti di mercato vivono un momento fiorente sollecitando la continua ricerca di nuove figure professionali. Cambiano di conseguenza le competenze e le abilità ricercate: nel 2020 il problem solving rimarrà la soft skill più ricercata, ma rivestiranno altrettanta importanza il pensiero critico e la creatività da impiegare per attività di co-progettazione e co-sperimentazione di prodotti o servizi innovativi.
Quale formazione ritiene utile per supportare l’evoluzione delle organizzazioni e lo sviluppo di nuova occupazione?

L’impegno di EY è proprio in questo senso e un esempio è dato dal Master in Business Advisory (accreditato ASFOR), che ha l’obiettivo di formare tutti i dipendenti nei primi 3 anni di esperienza lavorativa, alla professione del consulente.
Questo Master è uno strumento in grado di offrire ad un consulente strategico la preparazione necessaria per affrontare le sfide nel settore advisory a livello internazionale. Lo scopo è fornire un metodo per fare business innovation tramite l’interazione con grandi società e start-up (business incubator); sviluppare capacità individuali in termini di management, comunicazione, relazioni; promuovere un approccio concreto; sviluppare la relazione diretta con il cliente già da junior consultant.
EY sviluppa continuamente percorsi formativi che permettono alle proprie persone di accrescere le loro conoscenze tecnico-specialistiche e di ampliare le competenze personali. Il Master in Business Advisory è l’unico in Italia dedicato alla formazione di profili di consulenza manageriale nell’era digitale e che prevede la revisione e l’aggiornamento continuo dei contenuti e delle modalità di erogazione di questi. Il percorso si pone l’obiettivo di accelerare l’acquisizione di metodi e competenze tecniche per risolvere le problematiche della C-Suite delle aziende dei principali settori industriali e sviluppare una comprensione profonda dell’economia digitale e della sua applicazione alla soluzione di problemi strategici e operativi.


 

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