Antonella Ciamarra

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ANTONELLA CIAMARRA

HR Business Partner

Che vantaggi può offrire la Gamification a livello esperienziale?

Partendo dal presupposto che ogni intervento formativo mira all’aumento della produttività, e in base a questo deve essere misurato, c’è da chiedersi se e perché la gamification sia uno strumento adeguato allo scopo.
La formazione si è fortemente evoluta nel tempo passando da una formazione di tipo didattico frontale ad una formazione sempre più esperienziale questo perché, affinché le nozioni si tramutino in conoscenzae comportamenti, è indispensabile passare per le emozioni. Per la struttura stessa del nostro cervello quello che ricordiamo è per lo più quello che ci provoca una emozione, positiva o negativa che sia. Le esperienze dirette, il vissuto “sulla pelle” si stratificano nel lobo temporale e non prefrontale del cervello.

La motivazione è un altro aspetto fondamentale per la riuscita di un intervento formativo ed è proprio su questo aspetto che la gamification entra “in gioco”. Questo strumento induce, per sua stessa natura, interesse e coinvolgimento attivo dei dipendenti con concetti come: punti, livelli, missioni, sfide. Questi spingono le persone ad investire il proprio tempo per il raggiungimento di obiettivi personali e di impresa, modificando in tal modo i propri comportamenti e consolidandoli con la ripetizione. In tal senso è anche un ottimo strumento di change management avendo anche valenza di veicolatore di messaggi.

Il perché funziona è insito nella natura umana. Osserviamo quotidianamente come i nostri figli e i ragazzi in genere, ormai a tutte le età, siano naturalmente portati all’utilizzo di giochi con la logica della sfida individuale o collettiva. Ma anche come persone adulte siano completamente assorbite da giochini di varia natura.
E’sufficiente fare un viaggio in treno e guardare le persone sedute intorno a noi per verificare la percentuale di quanti sono immersi in interminabili giochi sui loro smartphone o tablet.

La competizione fa parte dell’individuo e ha un’accezione positiva quando, eticamente, lo spinge al miglioramento e al massimo risultato.

Le difficoltà che si potrebbero ravvedere nelle infrastrutture necessarie, sono già state superate dalla diffusione di massa delle stesse. L’esponenziale crescita tecnologica ha fatto sì che ormai tutti dispongano di apparecchiature portatili sempre fruibili.

Anche per il tema dei costi, l’iniziale investimento necessario (nessun intervento formativo è scevro da costi), è ammortizzabile nel tempo e i costi di adeguamento sono di solito più limitati. In tal modo lo strumento risulta, nel tempo, più economico rispetto ad interventi formativi più tradizionali.

 

Quali strategie un’azienda oggi può adottare per il Well-Being della persona?

Parlando di Well Being mi viene da pensare ad una frase che ho recentemente letto nel Periodico di Risorse Umane di AIDP, una frase di Robert Reich del 1946 che recita “Il lavoro è più di una pura transazione economica. Esso contribuisce a definire la nostra identità. Il lavoro è una questione tanto etica quanto economica”. Assunto che il lavoro ci identifica è evidente quanto lo stare bene nell’ambito lavorativo sia fondamentale per una vita sana ed equilibrata.

Ecco perché le Aziende sono sempre più rivolte alla ricerca di sistemi di Welfare che possano, nonostante la scarsità di risorse economiche, agevolare e ingaggiare le proprie persone.

In tal senso lo Smart Working consente all’Azienda di offrire grandi vantaggi all’individuo a fronte di un intervento che, se applicato correttamente secondo le norme e le tutele in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, comporta per l’Azienda notevoli risparmi in termini di spazi fisici, utenze e consumi vari.
Anche in questo caso, come per il tema della gamification, le dotazioni strumentali non rappresentano più un problema se non residuale e superabile senza grossi investimenti.

L’unico vero ostacolo allo Smart Working potrebbe essere l’aspetto culturale perché conditio sine qua non per il suo successo è che esista un effettivo rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore, che il datore di lavoro sia in grado di esercitare il potere di delega con il relativo controllo e che il lavoratore stesso sia capace di lavorare per obiettivi.

Se da una parte può venire meno l’aspetto di convivialità dei luoghi di lavoro, dall’altra gli odierni ritmi di vita, soprattutto in centri urbani di grandi dimensioni e ad elevata densità demografica, rendono apprezzabile la possibilità di recuperare del tempo libero grazie ai risparmi sulla percorrenza casa-lavoro.
Ma lo Smart Working è solo una delle tante possibilità per avere dipendenti più appagati, nelle Realtà più attente (negli Stati Uniti la felicità del dipendente è tutelata a livello legislativo) si sta introducendo la figura del Chief Happiness Officer ovvero il Manager della Felicità.

Oggi gli studi relativi al benessere psicofisico sono tanti e tali da consentire la progettazione di interventi dai più piccoli ai più grandi anche a seconda del budget dei costi di cui si dispone. Ci si può limitare a creare ambienti fisici più salutari e confortevoli agendo sulla salubrità dell’aria, sull’uso dei colori e dell’illuminazione naturale, di postazioni ergonomiche oppure si può arrivare a creare ambienti ad hoc per il relax, la meditazione, lo sport.

Insomma, se ci riferiamo al Well Being stiamo pensando ad un sistema di welfare non più, o non solo, centrato sul benessere materiale ma anche, e soprattutto, su una concezione olistica del benessere del dipendente che comprende aspetti fisici, emozionali e di realizzazione professionale.

 

Quali competenze saranno richieste dalle aziende nel futuro mercato del lavoro?

In un mondo che va sempre più velocemente verso la robotica e dove, oggi, ci si interroga se potrà concretizzarsi il rischio di un sopravvento dell’intelligenza artificiale sull’intelligenza umana, una competenza distintiva sarà sicuramente la creatività. Una competenza questa estranea ai robot ma innata nell’uomo sin dalla nascita e non solo ad appannaggio di alcune categorie di persone, quali gli artisti, come molti credono. In psicologia è infatti considerata come una “life skill” e cioè una capacità che consente, insieme al pensiero critico e al problem solving, di risolvere i problemi di vita, esplicitandosi quindi nelle attività quotidiane e pertanto anche nel lavoro.

L’aumentare poi della complessità dei sistemi ha comportato un eccesso di specializzazione che ha finito per indebolire la facoltà di comprensione delle cose, la visione di insieme e la capacità critica, pertanto il pensiero critico sarà un’altra competenza distintiva del futuro.

Anche l’intelligenza emotiva, la capacità cioè di riconoscere e gestire le proprie emozioni al fine di avere risposte adeguate rispetto agli stimoli esterni, in un mondo in cui gli eccessi e gli episodi di sequestro emotivo sono sempre più frequenti sarà imprescindibile in tutti i contesti, non solo lavorativi. A tal fine è necessario già da ora educare le nuove generazioni all’empatia e al valore della sconfitta dove questa è solo un punto di partenza e fonte di apprendimento.

Ritengo che le parole chiave del futuro mercato del lavoro siano: complessità e rapidità di cambiamento, pertanto, il change management sarà continuativo nelle Aziende e dovrà essere facilitato da un’adeguata politica di comunicazione interna.

Gli individui hanno una fisiologica resistenza al cambiamento, similmente una Organizzazione, che altro non è che la somma di più individualità, esprime anch’essa una resistenza al cambiamento, si parla infatti di conservatorismo delle Organizzazioni in analogia alla conservazione della specie.

La gestione del cambiamento nelle Aziende non si discosta quindi dai principi che guidano la gestione del cambiamento per le persone e cioè, in entrambi i casi, si parte dalla consapevolezza e si arriva al consolidamento passando attraverso la confusione.

Nel change management generazionale l’inserimento di junior può stimolare la discontinuità purché si mantenga quanto di buono fatto prima, tramite adeguate “indagini apprezzative” (David Copperider) e purché non ci si faccia ingannare dagli stereotipi sulle età.

Il cambiamento oggi è spesso l’unica strada percorribile per affrontare la competizione in un contesto globalizzato in continua evoluzione e caratterizzato dall’innovazione e dalla conoscenza profusa.


 

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