Claudio Doliana

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CLAUDIO DOLIANA


Cultore di Pedagogia della Comunicazione

Lo scenario economico e sociale è in continua e rapida evoluzione: la trasformazione digitale ha abbracciato quasi tutti i settori ed è protagonista nei principali mercati. Oggi tuttavia la crescita delle complessità e il timore nei confronti della tecnologia, sempre più pervasiva, sembrano ostacolare il percorso che porta al sviluppo della persona, in un contesto di interazione con le organizzazioni. Il fattore umano è riconosciuto come la soft-skill principale per il moto dell’evoluzione della nostra specie, ma ci sono ancora perplessità sulla direzione che deve prendere per portare a una nuova, vera innovazione. Come può la formazione incrementare l’impatto del fattore umano per infondere alle persone e alle organizzazioni il coraggio di affrontare nuove sfide in un contesto così dinamico?

Saper infondere coraggio è forse una delle sfide maggiori per chiunque si occupi di formazione: ci troviamo oggi in un contesto dinamico quanto straniante, e il fattore umano sembra essere diventato di scarsa rilevanza. La tipica organizzazione produttiva del futuro, descritta recentemente da Silvio Berlusconi con una battuta di spirito, sarà fatta di tante macchine, un uomo e un cane – e se si fermasse qui, parrebbe una metafora della disoccupazione estrema, e basta. Ma la storiella prosegue così: il cane serve a garantire che l’uomo non si azzardi a toccare le macchine. Già adesso i tasti dei telefonini più recenti, che sono di una sensibilità estrema al tocco, sembrano fatti apposta per sottolineare la sacralità dello strumento digitale (se ci si accosta alla macchina con malagrazia si viene immediatamente puniti dal dio informatico: salta la comunicazione, la fotocamera non funziona, eccetera). Ma la sudditanza agli automatismi non è cosa nuova, se pensiamo a “Tempi moderni” di Charlie Chaplin (1936). Le apocalissi e le distopie hanno alti e bassi; da sempre. Partendo da questa evidenza storica è facile immaginare che una parte della popolazione saprà adattarsi spontaneamente all’esuberanza tecnologica odierna, mentre un’altra parte potrà risultare sempre più bisognosa di interventi formativi, anche a sfondo rieducativo: si tratterà di riaffermare la differenza tra realtà e virtualità, una differenza non solo concettuale ma oggettiva.

 

Nel contesto globale contemporaneo la diffusione di informazioni avviene a una velocità incalzante sospinta dalla digitalizzazione. Per questo motivo il formatore deve sperimentare sempre più approcci sistemici e strumenti innovativi, anche associando differenti discipline. La formazione è sempre il luogo ideale dove generare apprendimenti in grado di produrre cambiamenti personali e professionali coerenti con le dinamiche di sviluppo dello scenario socio-economico e le esigenze competitive delle organizzazioni. Il formatore oggi è la figura che può educare all’uso consapevole della tecnologia, finalizzata al corretto sviluppo della persona. Quali sono i metodi e gli strumenti tecnologici a disposizione del formatore in grado di migliorare l’interazione tra scenario sociale e competitività economica? Quanto questi strumenti influenzano i processi di formazione?

In quanto pedagogista della comunicazione, credo in una didattica della formazione fondata sul libro, quale strumento tecnologico imprescindibile. Se consideriamo la dimensione sociale parliamo di relazioni materiali di vita, di concretezza, di vicinanza, di scambio reale di oggetti, e di linguaggio della quotidianità. Il libro è mediatore tra realtà e virtualità, e in questo senso può influenzare positivamente anche i processi di formazione orientati all’efficienza economica.

 

La maggior parte delle scoperte, dalle grandi innovazioni scientifiche agli step esperienziali della crescita di ognuno di noi, avvengono attraverso il continuo imbattersi in errori e ostacoli. La possibilità di sbagliare, se circoscritta a un contesto adeguato, è il motore del miglioramento personale. Ad esempio Cristoforo Colombo, imbarcandosi con le 3 caravelle nel 1492, ha colto l’episodio di serendipità più influente nella storia moderna: mirando a raggiungere le Indie, scoprì l’America. Nella serendipità, ovvero la possibilità di imbattersi in felici scoperte per puro caso, è determinante l’influenza della specifica realtà in cui si opera. Il compito del formatore è operare attraverso la centralità della persona, legando tramite l’apprendimento il contesto dello scenario socio-economico allo sviluppo umano.Attraverso quali pratiche il formatore può trasmettere alla persona i mezzi necessari per la crescita dell’individuo nella realtà locale?

Nel pensiero di Adriano Olivetti è centrale il concetto di “comunità”, cioè di realtà locale, materiale, ben circoscritta. “La morte del prossimo” è un libro di Luigi Zoja (2009) che ci dice quanto la tecnologia abbia fatto evaporare la nozione di comunità: “Con la crescente dipendenza dagli schermi, quel che avviene su di essi può diventare più vero della realtà” (pag. 39). L’individuo ha dunque un compito nuovo, oggi: riuscire a scoprire da sé che il reale è ciò che c’è, e che il virtuale è ciò che potrebbe esserci ma non c’è. Per chi come me si avvia verso i 60 anni, tale differenza è ovvia; non così per i giovani in formazione durante questi anni Dieci del XXI secolo: essi vogliono formatori che, con la loro presenza in carne e ossa all’interno di una determinata realtà locale, sappiano comunicare ovvietà esistenziali come se fossero delle grandi scoperte scientifiche.


 

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