Daniela Salina

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DANIELA SALINA

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Docente di metodologia del pensiero creativo e consulente dell’editore META Edizioni

Micro e macro interagiscono costantemente generando motivazioni, impegno e partecipazione della persona. Per questi motivi il formatore deve sperimentare sempre più approcci sistemici e strumenti innovativi, anche associando differenti discipline. La formazione è sempre più esperienziale, e il luogo ideale dove generare apprendimenti in grado di produrre cambiamenti personali e professionali coerenti con le dinamiche di sviluppo dello scenario socio-economico e le esigenze competitive delle organizzazioni.
Quali sono i metodi e gli strumenti a disposizione del formatore in grado di migliorare l’interazione tra scenario sociale e competitivo, organizzazione e persona al fine di arrivare alla giusta comprensione delle dinamiche economiche e industriali, all’uso consapevole della tecnologia e al corretto sviluppo personale?

Vorrei riassumere alcune realtà del passato per poter meglio affrontare il presente.
La mia esperienza in questo settore, nasce nel 2011, anno in cui ho cominciato a sperimentare la formazione nel mondo del lavoro.
Il mio ruolo e la mia competenza si sono svolte, per molti anni, nell’ambito della creatività pubblicitaria e dell’insegnamento. Purtroppo, un po’ prima del 2000, il settore ha subito un grande cambiamento, sia nelle strutture, sia nella nostra offerta professionale.
Facciamo un ulteriore passo indietro. Siamo negli anni ‘90 e competenze come marketing, strategia, pianificazione e buying media, erano ormai gestite da strutture specializzate, all’esterno delle agenzie pubblicitarie. Anche la creatività si cominciava a comprarla a progetto, senza contratti a lungo termine. Infine, la concorrenza tra le maggiori agenzie era praticata a colpi di sconti, e non di talento. Stava così cambiando l’equilibrio tra la domanda e l’offerta del nostro lavoro. Inoltre, le continue fusioni, avvenute per far fronte alla crisi, avevano provocato un esubero di professionisti che paradossalmente, proprio perché di alto livello, non avevano più mercato.
In quegli anni mi trovavo a Londra, nel momento peggiore della recessione. L’agenzia di pubblicità, nella quale lavoravo, stava avendo grossi problemi con un cliente che rappresentava l’ottanta per cento del billing totale. Visto la situazione il nostro capo aveva fornito allo staff, in odore di licenziamento, l’indirizzo di una struttura che “riposizionava” i professionisti della comunicazione.
Il servizio funzionava così: il rapporto cominciava con un colloquio conoscitivo e, nel caso il potenziale cliente dimostrasse apertura mentale, e una certa disponibilità economica, si passava allo psicologo che avrebbe tracciato un suo profilo.
Nell’arco di poco tempo, se le attitudini riscontrate erano condivisibili con almeno altri otto soggetti, la struttura proponeva un corso gestito da un counselor.
Il servizio aveva un approccio commerciale garbato, completato da altri benefits: l’offerta di uno spazio con telefono e scrivania, e/o la consulenza di un copywriter per la stesura di un nuovo curriculum.
Nel mio caso il percorso ha portato a galla, felicemente, un’altra forma di creatività, una sorta di ponte tra talento e razionalità che avrebbe dovuto accompagnare, sino in fondo, un qualunque pensiero creativo.
Siamo ormai ai giorni nostri e, per quanto riguarda la situazione odierna vorrei evidenziare che le difficoltà nascono nel momento in cui l’idea comincia a svilupparsi concretamente. Questo è il momento in cui siamo costretti a mediare con elementi che influenzano la realtà. Il primo elemento è sicuramente la situazione economica attuale che ha costretto un certo numero di aziende a ridurre i budgets destinati allo sviluppo e all’ottimizzazione delle risorse.
In questo panorama vorrei sottolineare che, grazie a una gestione di gruppo stimolante, le personalità che affiorano durante il percorso creano un’atmosfera di sfida per gli altri partecipanti, spinti così ad estendere al massimo il loro metaforico elastico espressivo. Questi casi, se ben condotti, producono sempre un risultato, sia realizzando il progetto, sia come puro esercizio applicabile ad altre situazioni.

 

La terza rivoluzione industriale, nel 1970, ha segnato la nascita dell’informatica. La data d’inizio della quarta rivoluzione industriale non è ancora definita, probabilmente perché è tuttora in corso e solo a posteriori sarà possibile identificarne l’atto fondante. La moltiplicazione della complessità è una delle caratteristiche dell’innovazione, per cui di fronte a una tecnologia sempre più amichevole e familiare, ci si confronta con un’incertezza continua che rende complesso identificare il senso e la direzione del cambiamento. Ci avviamo verso un futuro in cui intelligenza artificiale, robotica e persone interagiranno nelle nostre organizzazioni.
In questo contesto quali metodi e strumenti possono essere utilizzati nella formazione professionale per facilitare un inserimento sensato e un uso consapevole di tecnologie abilitanti fondamentali per l’internazionalizzazione e la realizzazione di Industria 4.0?

A questo punto non possono mancare le considerazioni sulla tecnologia. Un fatto che ha cambiato, nel bene e nel male, molte modalità di lavoro.
La digitalizzazione in Italia è arrivata tardi, ma si è sviluppata in fretta. Mentre noi cercavamo di capire come sfruttare internet, considerandolo un fantastico canale di ritorno, il fenomeno destabilizzava il rapporto con una committenza che pensava di trovare nella “scatola magica” tutte le soluzioni, bruciando così il tempo della progettazione.
Per fortuna nell’arco di una decina di anni si è consolidata l’opinione che la tecnologia sia solo uno strumento, la cui produzione va filtrata e gestita dalla cultura specifica e anche da quella generale. Purtroppo resta il dubbio che l’evoluzione sia più veloce della nostra capacità di adjustment.
Oggi l’azienda, e chi ci lavora, si trova di fronte a uno scenario in continua evoluzione. Dare avvio alla trasformazione 4.0, significa introdurre cambiamenti tecnologici e organizzativi che dovrebbero mantenere la propria forza sul mercato, anche internazionalmente, aumentando così le opportunità di crescita. OK,tutto chiaro, ma l’uomo, pensando al ruolo dell’intelligenza artificiale si sente ancora al centro della propria vita e del proprio valore?
Qualche anno fa mi hanno regalato un libro intitolato Il tempo di cambiare.
E’un libro scritto da Paul Ginsborg, uno storico che crede che il cambiamento debba passare attraverso l’impegno sociale del singolo, ma all’interno di specifiche associazioni. Prendo a prestito lo slancio del libro per suggerire che non si dovrebbe subire il cambiamento, ma cercare di esserne protagonisti, orientandolo. Un bel atteggiamento, ma è applicabile anche da noi?
Questa trasformazione ha bisogno, come è già successo in altri periodi storici, un filtro umanistico, affidato anche alle arti. Io credo che la capacità di leggere tendenze e desideri di chi ci circonda, debba passare attraverso questi canali.
Insomma un nuovo corso, più propositivo nei confronti di una committenza che a volte è costretta ad abbandonare progetti che implicano tempo e grandi investimenti, ma che potrebbe affidarsi a soluzioni estemporanee ed innovative, se noi avessimo la preparazione e il coraggio di proporle.

 

I giovani si trovano di fronte a nuove e importanti sfide che prospettano rischi e opportunità. La trasformazione digitale ha portato un cambiamento della natura stessa del lavoro che causerà un inevitabile riassestamento della società. In settori storici stanno scomparendo numerosi posti di lavoro mentre altri segmenti di mercato vivono un momento fiorente sollecitando la continua ricerca di nuove figure professionali. Cambiano di conseguenza le competenze e le abilità ricercate: nel 2020 il problem solving rimarrà la soft skill più ricercata, ma rivestiranno altrettanta importanza il pensiero critico e la creatività da impiegare per attività di co-progettazione e co-sperimentazione di prodotti o servizi innovativi.
Quale formazione ritiene utile per supportare l’evoluzione delle organizzazioni e lo sviluppo di nuova occupazione?

Nel caso di nuove proposte formative, la creatività potrebbe avere un doppio ruolo: il primo, nel presentare alle aziende gli obiettivi e il percorso della formazione in maniera sintetica e accattivante, attraverso un linguaggio visivo con metafore e simboli, possibilmente inediti.
Il secondo, il saper risvegliare potenzialità e talenti sommersi, affinando la capacità di riconoscerli in se stessi e negli altri. La pratica dovrebbe portare a galla i ricordi, attraverso foto e oggetti. Per esempio, un periodo come l’infanzia in cui la fantasia è ancora soggettiva, e non completamente omologata dai comportamenti comuni. L’unico esempio che ho di questa metodologia risale al 2006 ed è stato condotto dall’accademia Jordanstone College of Art& Design di Dundee. L’obiettivo era risvegliare la memoria degli anziani, attraverso gli oggetti che davano un ritmo alla loro quotidianità. Esempio: la teiera, la tazza, il frigorifero, il gas della cucina, l’orologio, ecc., ecc., oggetti presenti nel touchscreen che guidava la loro giornata.
Come sostenere lo sviluppo di una nuova occupazione? Domanda difficile. Un compito che dovrebbe coinvolgere molte altre leve, prima di tutto quella politica, sia nell’offerta scolastica, sia arrivando a dei risultati confrontandosi con il mondo del lavoro.
Come chiudere? Spero che questo paio di cartelle non trasmetta solo la sensazione di far parte di un motore, per esempio l’insegnamento, che arranca dietro a una tecnologia che invece richiederebbe La velocità della luce. Credo che il futuro dovrà cambiare passo per poter approfondire ciò che abbiamo vissuto in questi ultimi dieci anni. Contemporaneamente spero anche nel nuovo corso.


 

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