Domenico Barricelli

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DOMENICO BARRICELLI


Sociologo del lavoro, counsellor professionista avanzato e docente universitario.

Si dedica da anni allo sviluppo e alla valorizzazione delle potenzialità individuali e dei gruppi, impiegando metodi e strumenti di apprendimento esperienziale.
In qualità di esperto di consulenza di processo, supporta la realizzazione di progetti di cambiamento organizzativo in realtà aziendali profit e no-profit.
Insegna “Competenze per l’inserimento nel mondo del lavoro e il metodo interdisciplinare” presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.
Tra le sue recenti pubblicazioni ricordiamo «Work Life Project. Progettare il proprio percorso di vita professionale», Aracne editrice, Roma, 2019 e «L’Armonia del cambiamento. Il ben-essere individuale e dei gruppi», Armando Editore, Roma, 2017.

Quest’anno la riflessione che vorremmo proporre riguarda il nostro lavoro quotidiano e più nello specifico tre parole:
 
La prima parola è sentiero, inteso come percorso quotidiano di sviluppo e conoscenza.

La conoscenza dà il coraggio di fare buone scelte in situazioni incerte e complesse. Ogni individuo nell’arco della propria vita professionale si trova sempre più spesso davanti a scelte che lo portano verso mete, in termini lavorativi, anche molto diverse dalle posizioni ricoperte in quel momento. Come possono le aziende attraverso i loro reparti HR supportare adeguatamente le nostre scelte in una ottica di “incubator” delle attitudini personali, per farci individuare il giusto sentiero? Quali sono gli strumenti che aiutano le persone a trovare i migliori percorsi formativi volti a valorizzare le proprie attitudini e competenze?

“Il sentiero mi impone di scegliere una direzione. Mi suggerisce un senso, indicandomi la strada aperta dell’avventura, la conquista dell’emancipazione e della libertà, ma anche il dolce peregrinare con tutte le sue meraviglie, cambiamenti di direzione, avventure e difficoltà”.
Con queste parole ho dedicato alcune mie riflessioni, in una recente raccolta (Barricelli D. Il momento… in ogni momento,2018), alle sollecitazioni qui proposte sul tema del sentiero, della strada, del percorso.

Di fronte ad un sentiero da percorrere siamo spesso assaliti da emozioni contrastanti: eccitazione e speranza, per l’attrazione di una strada che può condurci ovunque noi vogliamo, una valida guida che ci tiene compagnia rassicurandoci che raggiungeremo in tempo ciò che desideriamo; nello stesso tempo sentiamo paura e angoscia, per l’ignoto, per ciò che non riusciamo a vedere in fondo al sentiero da percorrere, per ciò che è avvolto dall’oscurità.
Il sentiero, dunque, rappresenta la metafora della nostra esistenza, un cammino che dobbiamo necessariamente percorrere, con molte decisioni da prendere: “E’ un dirigersi verso l’ignoto, dove non c’è nessuno che ci indica la “giusta via da percorrere”; una strada costellata di meraviglie, cambiamenti, piena di avventure, ma anche di difficoltà che dischiudono nuove possibilità.

La vita, dunque, ci dice di seguire la nostra strada, non quella conosciuta e nemmeno quella che altri vogliono che intraprendiamo. Sono proprio quei riti di passaggio (che ci obbligano ad abbandonare il consueto) che ci impongono cambiamenti significativi e ci inducono ad attivare le nostre risorse e capacità, esprimendo tutto il nostro potenziale che difficilmente esprimeremmo nelle routine quotidiane.
Dobbiamo percorrere il nostro sentiero che in modo naturale ci guiderà e ci condurrà alla meta, se saremo capaci di operare oltre l’oscurità, grazie alla nostra volontà di agire per il cambiamento. Come ci ricorda Gibran ne “Il profeta” “…la vita è oscurità se non vi è slancio, e ogni slancio è cieco se privo di sapienza, e ogni sapienza è vana senza agire…”.

E’ in questo senso che nell’attuale società, a differenza della precedente, gli individui sono i veri protagonisti creatori di se stessi, che rivendicano, contro ogni determinismo, la propria soggettività creatrice, nel tentativo di disporre di mezzi per pensare, prevedere e organizzare la propria vita, ma soprattutto per soddisfare i propri bisogni.

Alla luce di questo ritorno alla soggettività dove è centrale la conoscenza, le aziende attraverso i loro reparti HR dovranno supportare adeguatamente le scelte dei propri collaboratori attraverso la capacità di riconoscere la creatività, l’autonomia e la responsabilità individuale, in cui ogni individuo dovrà comunque prendersi carico del proprio percorso di crescita, senza dover necessariamente delegare all’impresa il proprio destino professionale, come spesso avviene.
Un percorso che dovrà necessariamente essere negoziato in ingresso con i responsabili HR (anche attraverso una valutazione delle competenze personali – attitudini, potenzialità, capacità – e sociali – relazionali), ed in itinere attraverso interventi di career counselling, necessari a supportare gli individui durante le naturali empasse legate ai cambiamenti; validi supporti per sbloccare il naturale percorso di crescita e sviluppo personale attraverso una rinnovata cultura della progettualità.

 
La seconda chiave è il qui ed ora, la consapevolezza, intesa come conoscenza delle proprie competenze.

All’interno delle organizzazioni aziendali la Qualità Totale ha come uno degli obiettivi principali il maggior profitto, con un focus particolare sull’incremento della efficienza del capitale umano. Questo pone l’accento sul miglioramento delle proprie performance personali e quindi della consapevolezza del sé in relazione alle dinamiche sociali interne anche con l’ausilio delle tecniche di neuroscienze. Oltre a queste, un modo nuovo per migliorare il benessere personale – e aziendale – è l’utilizzo di pratiche antichissime ma nuove per l’occidente. Possono le pratiche di Mindfulness essere un valido aiuto nella consapevolezza dello stato psico-fisico quale fattore fondamentale per il miglioramento della cultura organizzativa aziendale?

E’cresciuta in questi ultimi dieci anni in ambito organizzativo la consapevolezza di migliorare gli ambienti di lavoro attraverso la capacità di coniugare i tempi di vita lavorativa con quelli personali, familiari, sociali. Lo dimostrano le recenti conquiste in termini di welfare aziendale, dove attraverso l’adozione di diversi strumenti (lavoro agile, smart working, banca del tempo, etc.) si cerca di generare un clima di “ben-essere” individuale e organizzativo, ma soprattutto un tentativo di conciliare differenti necessità per favorire una crescita armonica dei territori in cui sono insediate le stesse imprese.

La consapevolezza del miglioramento dello stato psico-fisico come fattore fondamentale per il progresso della cultura organizzativa aziendale è cresciuta e si è consolidata grazie al fiorire di numerose scuole di cultura anglosassone, dagli anni ’60 fino ai giorni nostri: la “terapia centrata sul cliente” di Carl Rogers; la Gestalt Therapy di Fritz Perls; la psicoanalisi umanista di Eric Fromm; l’analisi transazionale di Eric Berne; la bioenergetica di Alexander Lowen; la psicologia esistenziale di Ludwig Binswanger; la psicosintesi dell’italiano Roberto Assaggioli. Pur differenziandosi per i differenti approcci metodologici, queste scuole si sono riconosciute nel movimento della psicologia umanistica – nata negli Stati Uniti sotto l’impulso di un gruppo di psicologi quali Abraham Maslow, Carl Rogers e Rollo May. Un movimento che sottolinea l’importanza della libera scelta, e dell’autodeterminazione, dunque della piena fiducia nell’uomo e nel suo stesso potenziale.

La mindfulness, si innesta in tale contesto, grazie al pioniere Jon Kabat-Zinn, professore di medicina presso la University of Massachusetts. Un approccio diretto a far acquisire consapevolezza all’individuo della propria condizione, con una forte attenzione a ciò che vive nel presente, con intenzionalità e in modo non giudicante. Una tecnica utile a far descrivere al soggetto il presente per orientarlo e guidarlo nel coltivare una piena presenza all’esperienza del momento, al c.d. “qui-e-ora”. Una visione che avvalora le recenti tesi delle neuroscienze (Siegel D.J., I misteri della mente, 2017) che vedono una mente in-corpo-rata, incarnata, ma anche relazionale, legata alle connessioni con gli altri e con l’ambiente.

La mindfulness si è accreditata in questi anni come valido approccio in ambito aziendale, in particolare nel supportare interventi di cambiamento organizzativo (grazie al supporto di molti counsellor e formatori). Un approccio in grado di valorizzare la capacità di lavorare in modo più rilassato e intelligente, incrementare l’attenzione, sviluppare abilità riflessive, riconoscere e abbracciare le proprie emozioni, porre le basi per migliori relazioni, trovare strade per risolvere i conflitti. Un riferimento importante, dunque, per avviare percorsi virtuosi di sviluppo, che a partire dal benessere dell’individuo agiscono per la piena integrazione nell’esperienza personale (così come testimoniato da Tomassini M., La cura della consapevolezza, 2012).

La mindfulness rappresenta, inoltre, un contributo fondamentale per una cultura aziendale orientata a superare l’ossessiva ricerca della performance, con l’obiettivo di abbracciare, invece, tutto il valore della ricerca verso migliori “prestazioni esistenziali” (come ci ricordano Barbaro R.A., Barricelli D., L’armonia del cambiamento. Il ben-essere individuale e dei gruppi, 2017), volte alla piena integrazione dell’esperienza di ogni individuo e del conseguente miglioramento degli ambienti organizzativi.

 
Infine il cardine su cui si svolge la nostra vita, anche professionale, l’alleanza.

La generazione Z ha dimostrato di voler entrare – a ragion veduta – nelle tematiche di sostenibilità e ambiente, anche se stimolate dalla figura/guru di Greta Tumberg. La Città è già in fiamme ha evidenziato l’urgenza dei temi green ma non solo, ha potuto dimostrare come in modo repentino queste generazioni abbiano superato il proprio individualismo per una causa e azione comune. Allo stesso modo dovranno sostenere il cambiamento con l’entrata nel mondo del lavoro. Quali sono quindi i percorsi formativi che si potranno mettere in pratica per supportare i giovani che entrano nella dimensione organizzativa lavorativa, dove necessariamente si dovranno favorire l’attivazione di atteggiamenti di cooperazione e collaborazione nei rapporti interpersonali e di gruppo, superando le individualità del singolo?

Il caso della giovane attivista svedese Greta Thunberg e della sua generazione, a differenza delle precedenti, pongono un diverso sguardo alle condizioni del presente, attraverso una capacità di ascoltare e percepire un mutamento sociale in divenire, che è ancora poco evidente soprattutto a quanti vivono ancorati in visioni del passato. Una nuova generazione, quella di Greta, portatrice di nuove istanze, indirizzate in particolare a tutti i leader del pianeta poco sensibili al problema del futuro della terra. Emerge in queste generazioni un nuovo modo di guardare il mondo, il futuro, l’economia e la società, che va preso in seria considerazione: una visione che vuole porre limiti ad una fiducia incondizionata verso un progresso devastatore, agli interessi economici legati alla speculazione finanziaria generatrice di disuguaglianze crescenti, oltre ad un alienante modello di consumo.

Una visione alternativa, dunque, interprete della necessità di cambiare punto di vista, in grado di fare emergere nella sua completezza tutti gli elementi che caratterizzano questa epoca di passaggio, che vede un necessario ricongiungimento tra l’uomo e la natura. Un nuovo modo di agire che mette al centro valori culturali quali la discrezione e l’umiltà per il riconoscimento dei diritti e delle tutele delle minoranze, per una società più inclusiva, contro ogni deriva autoritaria.

Una generazione, dunque, che guarda al futuro, e non al passato, che ha superato gli egoismi individuali a favore di una causa comune, che ci invita a prenderci cura della coabitazione che, nonostante i rischi e le incertezze, apre a nuove progettualità e possibilità tutte da costruire.

Un cambiamento che si riflette anche in molti contesti di lavoro, con ambienti letteralmente trasformati, con modalità di relazioni blended (presenza e distanza), caratterizzate da una logica di sharing, di peer-to-peer, in cui si condividono sempre più nuove conoscenze, esperienze, strumenti e metodologie.
La dimestichezza delle giovani generazioni nell’utilizzo dei nuovi strumenti tecnologici e la loro maggior predisposizione ad entrare in rinnovati ambienti lavorativi (con consolidate politiche di engagement), deve però essere necessariamente accompagnata dal rafforzamento di un set di competenze trasversali in grado di incidere maggiormente nelle attuali e future organizzazioni. In questo senso ci riferiamo a percorsi di miglioramento delle competenze comunicative, unite alla capacità di lavorare in gruppo, sviluppando creatività, potenzialità e talento, ma anche acquisendo capacità di risoluzione di problemi con modalità oltre gli schemi, attraverso processi decisionali caratterizzati da efficaci modalità di negoziazione; di pari passo emerge con sempre maggior evidenza l’esigenza di sviluppare anche l’intelligenza emotiva per comprendere e gestire le proprie e altrui emozioni, imprescindibili nell’esercizio della leadership, ma anche nella followership, quando necessario (Barricelli D., Work life Project. Progettare il proprio percorso di vita professionale, 2019).


 

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