Gabriele Nani

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GABRIELE NANI


Formatore, consulente per il cambiamento, coach

Lo scenario economico e sociale è in continua e rapida evoluzione: la trasformazione digitale ha abbracciato quasi tutti i settori ed è protagonista nei principali mercati. Oggi tuttavia la crescita delle complessità e il timore nei confronti della tecnologia, sempre più pervasiva, sembrano ostacolare il percorso che porta al sviluppo della persona, in un contesto di interazione con le organizzazioni. Il fattore umano è riconosciuto come la soft-skill principale per il moto dell’evoluzione della nostra specie, ma ci sono ancora perplessità sulla direzione che deve prendere per portare a una nuova, vera innovazione. Come può la formazione incrementare l’impatto del fattore umano per infondere alle persone e alle organizzazioni il coraggio di affrontare nuove sfide in un contesto così dinamico?

Credo che ogni sfida chieda un certo livello di capacità per essere affrontata. La formazione è come lo sport, prendiamo il caso della corsa, ci sono tante persone che gareggiano, alcuni atleti possono insidiare i record, perché hanno raggiunto le capacità per farlo, e via via scendendo ci sono tutti gli altri, tra cui alcuni che potranno farlo a loro volta un domani, e altri che non ci riusciranno per vari motivi, e altri ancora che non ne hanno l’interesse perché corrono per motivi diversi dal battere record. I formatori sono come gli sportivi, ognuno decide quanto vuole investire sulle proprie capacità, con quali sfide vuole mettersi alla prova, e in quale settore. Lavorare sulle culture aziendali consolidate, per ampliarne gli orizzonti, aggiornarle, è una sfida molto alta, che richiede competenze, tempo, e un grande rapporto di fiducia tra formatore e azienda, affinchè l’azienda, a partire dall’alto, si muova per creare le condizioni per far sì che gli strumenti indicati dal formatore possano essere utilizzati al meglio. I formatori hanno quindi la responsabilità di riuscire a far riconoscere in primis il valore della formazione, e possono farlo attraverso le loro abilità, il loro esempio, e dopo devono dimostrare sul campo che gli strumenti che portano, siano quelli giusti per vincere la sfide che l’azienda deve affrontare. La relazione vale più dei tecnicismi, perché risveglia la voglia di fare e migliorare più o meno latente che c’è in ognuno. Spesso vivo il ruolo di formatore più come risvegliatore di coscienze, che come tecnico che impartisce conoscenze.

 

Nel contesto globale contemporaneo la diffusione di informazioni avviene a una velocità incalzante sospinta dalla digitalizzazione. Per questo motivo il formatore deve sperimentare sempre più approcci sistemici e strumenti innovativi, anche associando differenti discipline. La formazione è sempre il luogo ideale dove generare apprendimenti in grado di produrre cambiamenti personali e professionali coerenti con le dinamiche di sviluppo dello scenario socio-economico e le esigenze competitive delle organizzazioni. Il formatore oggi è la figura che può educare all’uso consapevole della tecnologia, finalizzata al corretto sviluppo della persona. Quali sono i metodi e gli strumenti tecnologici a disposizione del formatore in grado di migliorare l’interazione tra scenario sociale e competitività economica? Quanto questi strumenti influenzano i processi di formazione?

A mio parere serve una profonda conoscenza del funzionamento della mente. Le neuroscienze, la neuroeconomia, hanno ad oggi individuato alcuni processi mentali che è limitante non conoscere. Prima di ogni tecnologia o strumento c’è un essere pensante, e il modo in cui questo essere pensa fa la differenza. Sapere a quali Bias siamo soggetti, sapere di quali parti si compone la percezione, quali meccanismi di esclusione, generalizzazione, distorsione entrano in campo nella costruzione delle nostre mappe mentali, gli effetti del contenuto e della forma del linguaggio che utilizziamo per spiegarci internamente i nostri successi e insuccessi, tutti questi fattori costituiscono la base per una consapevolezza e maturità assoluta nell’uso di qualsiasi strumento. Salendo dalla base troviamo poi le scelte consapevoli, ovvero dove vogliamo andare, perché facciamo quello che facciamo, da cui poi derivano in fondo i mezzi che sceglieremo per arrivarci e come misureremo gli esiti. La formazione deve trovare gli strumenti operativi per divulgare e rendere applicabile tutto ciò che le neuroscienze ci stanno regalando in termini di conoscenze. La semplice divulgazione è molto, ma non è sufficiente. Il sapere deve “entrare nei muscoli”, deve essere reso automatico, e ciò è possibile soltanto attraverso l’esperienza pratica costante. La quotidianità è la palestra e il laboratorio per sperimentare, non esiste altro contesto al di fuori di quello che stiamo vivendo ora, sia che siamo a casa, sia che siamo al lavoro, ogni momento è buono per esercitare consapevolezza e strumenti. Dobbiamo quindi integrare tutto quello che può servire a seconda delle specifiche situazioni, quindi ben vengano i percorsi che integrano più risorse quali la tecnologia, la pratica sul campo, lo studio singolo e il confronto nel gruppo. Il Formatore deve costruire una didattica che integri ciò che serve a seconda di chi ha di fronte.

 

La maggior parte delle scoperte, dalle grandi innovazioni scientifiche agli step esperienziali della crescita di ognuno di noi, avvengono attraverso il continuo imbattersi in errori e ostacoli. La possibilità di sbagliare, se circoscritta a un contesto adeguato, è il motore del miglioramento personale. Ad esempio Cristoforo Colombo, imbarcandosi con le 3 caravelle nel 1492, ha colto l’episodio di serendipità più influente nella storia moderna: mirando a raggiungere le Indie, scoprì l’America. Nella serendipità, ovvero la possibilità di imbattersi in felici scoperte per puro caso, è determinante l’influenza della specifica realtà in cui si opera. Il compito del formatore è operare attraverso la centralità della persona, legando tramite l’apprendimento il contesto dello scenario socio-economico allo sviluppo umano.Attraverso quali pratiche il formatore può trasmettere alla persona i mezzi necessari per la crescita dell’individuo nella realtà locale?

Credo che la crescita personale possa avvenire efficacemente nel momento in cui la persona è in grado di agire consapevolezza, e di assumersi la responsabilità di ciò che fa, e ciò che ne consegue. Ma se consideriamo consapevolezza e responsabilità come due binari, è anche vero che i binari vengono costruiti per raggiungere una destinazione, e seguono quindi una direzione per arrivarci. La consapevolezza acquisisce quindi maggiore valore se diventa processo di retroazione, ovvero un fenomeno che permette di capire se stiamo andando nella direzione appropriata. Quindi la consapevolezza funziona se posta al servizio di obiettivi, di uno scopo più alto che determina la direzione su cui andremo a fissare i vari obiettivi. E se ci sono rotaie, che vanno verso una precisa direzione, esiste un mezzo che vi viaggia sopra. Questo mezzo dev’essere guidato da una forza interiore che solo una visione positiva della vita può dare. Perché possiamo decidere qualsiasi direzione, possiamo armarci delle conoscenze tecniche migliori, ma durante il viaggio non sapremo mai cosa potrà accadere, errori, fallimenti, sviste, variabili impreviste e imprevedibili, ed è qui che entra in campo il pensiero positivo, l’ottimismo, la base per essere resistenti, resilienti, flessibili. Il formatore con il ricorso alla parola, alle esercitazioni, agli esempi può integrare queste nuove conoscenze nei vecchi schemi di pensiero, stimolando le persone al rischio calcolato, alla fiducia in sé nel tentare di raggiungere quella destinazione che preferiscono. Ma le abitudini si costruiscono con la pratica quotidiana, e quindi il formatore deve fornire dei compiti che diventino pratica quotidiana per abituare la mente della persona a mettere in pratica quanto appreso. Sul valore del management dell’errore è stato scritto tanto, e confermo tutto. Michael Jordan, uno dei più grandi campioni del basket internazionale, scrive: “ho sbagliato più di 9000 tiri nella mia carriera. Ho perso quasi 300 partite. E 26 volte mi hanno dato la fiducia per fare il tiro vincente dell’ultimo secondo e ho sbagliato. Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ed è per questo che ho avuto successo”. Anche Roberto Baggio, dopo il rigore sbagliato quel 17 luglio 1994, disse: “ i rigori li sbagliano quelli che hanno il coraggio di tirarli”. Esistono molti “sabotatori” mentali appresi nelle varie culture e situazioni che impediscono a molte persone la possibilità di correre il rischio di sbagliare, andando incontro alla sicurezza di non apprendere. Il formatore, grazie agli strumenti del coaching, può aiutare persone e gruppi a riavviare un nuovo percorso virtuoso, che gradualmente si sostituisca a quello vizioso precedente, volto a ingrandire gradualmente la zona di comfort; un percorso graduale, dove le persone si testano su piccoli obiettivi controllati, che crescono di volta in volta a pari passo con la crescita della persona.


 

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