Graziano Benfenati

Categories: AIF,Interviste

GRAZIANO BENFENATI

Consigliere Regionale Emilia-Romagna

L’innovazione tecnologica sta trasformando le relazioni umane, e il cambiamento è stato percepito anche all’interno delle organizzazioni e delle aziende con cui collaboriamo. La formazione deve innovare metodi, strumenti e spazi al fine di valorizzare la persona in un contesto sempre più digitalizzato. Quali sono i principali cambiamenti da realizzare? Il cambiamento porta con sé elementi positivi? e quali?
Beh, a mio parere bisognerebbe intervenire prima che le persone entrino nel mondo del lavoro. Bisognerebbe che mondo della formazione e mondo scolastico/accademico collaborassero in modo tale da avere una piattaforma di persone su cui lavorare grosso modo allo stesso livello – soprattutto in ambito etico-comportamentale. Quando ero io in età scolare, c’ era una strana materia “Educazione Civica” di cui negli ultimi 20-30 anni non ho quasi più sentito parlare. Questa materia insegnava come portare rispetto in qualsiasi situazione della vita: dal traffico alla proprietà pubblica, dai rapporti interpersonali a quelli fra persone e istituzioni, e così via.
E veramente difficile fare “formazione personale e organizzativa” quando ci troviamo dinnanzi a una pletora di persone in cui è presente tutto il “range” della tipologia umana, dal disadattato al prevaricatore sociale, dal dispettoso e irriverente al gentile ossequioso, dallo stalker alla vittima designata, che è debole e indifesa, dal diversamente abile all’ atleta di levatura mondiale, da chi ha il concetto di “doppia verità” a chi pensa che “il vostro parlare sia: sì, sì e no, no”. Nell’ età dei diritti andrebbe insegnato meglio che ci sono dei doveri cui adempiere. E che anche se nessuno vede i comportamenti sbagliati e anomali, questi avranno delle conseguenze più in là nel tempo, anche se la tecnica lo permette.
Questi sono tratti di base sui quali la digitalizzazione e le nuove tecnologie possono fare ben poco. Siamo tutti egoisti, è un tratto della nostra natura evolutiva per permetterci di sopravvivere (vedi “il gene egoista” di Richard Dawkins), eppure bisogna trovare il modo per essere tutti più civili per evitare sia la legge del più forte (o del più furbo) che anche il presente eccesso di legalità e di regolamentazione, lasciando spazio al buon senso e alla spontaneità, oltre che alla responsabilità.
Non sempre e non comunque. Ci sono almeno due livelli di cambiamento quello di “sostanza” e quello di “facciata”. Quello di “sostanza” richiede un grosso lavoro di introspezione. Il cambiamento personale è bene che avvenga o prima o in concomitanza col cambiamento tecnologico, per non creare quelle situazioni che possono poi sfociare nella patologia e avversare il cambiamento. Quello di “facciata” lega l’ asino dove vuole il padrone, è un cambiamento esogeno, che non intacca le credenze valoriali dell ‘individuo, a cui egli ritorna appena timbrato il cartellino. Se uno si comporta da scimmia e impara informatica, egli sarà una “scimmia informatica”, una volta lasciato l’ ambiente informatico, sarà solo una “scimmia”.
Subiamo tutti dei condizionamenti che permettono la nostra esistenza. Tuttavia prima riusciamo a liberarci dai condizionamenti e a usare la nostra testa, prima riusciremo ad adattarci al cambiamento, non solo seguendolo bensì precedendolo Sta a noi se scegliere un cambiamento “di default”, su cui non avere controllo alcuno, o un cambiamento “creativo”, diventandone suoi agenti, invece di subirlo. Qui un ruolo lo gioca non tanto e non solo la scolarizzazione bensì la mentalità e il diagramma di valori del singolo.

 

I sistemi di intelligenza artificiale sono in grado di imparare prospettando nuove forme di vita, cioè entità sensienti di cui non possiamo prevedere, né tanto meno guidare, lo sviluppo. Come questo processo di rapido sviluppo tecnologico, che riguarda la produzione dell’intelligenza collettiva si può legare a etica e valorizzazione della cultura nei processi organizzativi aziendali? In che modo la formazione può supportare la persona affinché possa contribuire all’innovazione senza subirla passivamente?
Non sono d’ accordo con questa affermazione. Ho appena partecipato in Unibo a un seminario dove IBM ha presentato la sua piattaforma evolutiva “Watson”, basata sui concetti di “cloud computing”, “machine learning” e “semantic web”, mentre il Prof. Matteuzzi ha presentato il suo semantic search engine “Find” per la ricerca di parole testuali e “vFind” per la ricerca speech-to-text di parole all’ interno di video.
Lo staff del Prof. Matteuzzi era formato da filosofi della scienza, professori e studenti di semiotica, linguisti (per la disambiguazione fra semantica, semiotica, sintattica, polisemia e la costruzione e l’ analisi di fonemi, lemmi, frasi, perifrasi, antifrasi, frasi polirematiche e categorie ontologiche), analisti, softwaristi e programmatori. Quindi Intelligenza Artificiale sì, tuttavia guidata. Poi il trend sarà guidata sempre meno ma con una origine e un controllo in ultima istanza ancora umano.
Tornando ai fondamentali, senza farsi abbagliare dal “luccichio tecnologico” delle novità. E per “tornare ai fondamentali”, intendo riferirmi ai fondamentali che ci rendono umani e che ci differenziano da qualsiasi altra forma di vita (o di intelligenza) presenti nell’ universo. Mi spiego meglio. Ci differenziano dalle altre forme di vita il pensiero, l’ astrazione, la parola (il linguaggio lo possono avere anche gli animali) e l’aver fatto del tempo un processo lineare, in cui tutto si sussegue. Oltre naturalmente all’ uso delle mani, col pollice opponibile, e all’auto consapevolezza, la coscienza. Questo ci ha portato alla scoperta della matematica, il codice con cui è stato scritto il libro dell’ Universo. Il primo matematico che conosciamo è stato Pitagora, a cui dobbiamo anche l’ invenzione del termine “philo sophia” dove “philo” è essere amico de/aver cura de e “sophia” è il “sapere”.
Accorgendosi di queste potenzialità e facendo gli opportuni collegamenti (“intel”, informazione o pezzo d’informazione e “ligo” collegamento, legame) l’ uomo è uscito dalla sua condizione di sudditanza verso la natura, gli eventi atmosferici, ha imparato ad addomesticare gli animali, sfruttare l’alternanza delle stagioni, lavorare la terra, le pietre e i metalli – tramite la techne. Ora la techne, quale perizia artigianale, rischia di prendere il sopravvento e di ridurre l’ uomo a schiavo, a “pastore delle macchine” – per dirla con Galimberti – ? Beh, l’ uomo ha sempre il controllo e può inserire nei comandi-macchina dei dispositivi, dei limiti, protocolli software, degli algoritmi che facciano in modo che ciò non accada.
E l’uomo potrà dedicarsi alla propria crescita personale, ricercare quella “philo-sophia” che è piacere puro di sapere. Umanità e scienza/tecnologia appaiate costituiranno il punto più alto della storia evolutiva.
Dipende da come è messo l’ individuo sotto tutti i suoi diversi aspetti che costituiscono la sua poliedrica personalità: generalizzare non va mai bene. Tuttavia si può tentare di dare una risposta, da prendere con beneficio d’ inventario. In questo caso suggerisco una frequente “riequilibratura” che grosso modo consisterebbe in contrappesi “umanistici” laddove la persona sia eminentemente un tecnologo, e in contrappesi “tecnico-scientifici” laddove la persona abbia tratti che la qualificano come umanista.
In un caso e nell’altro, tuttavia, la persona vorrà vivere divertendosi, quindi la metodologia formativa per me vincente è un mix fra “educational games” in cui la fa da padrona la realtà aumentata, “edutainment”, su base di “realtà virtuale”, per sviluppare strategie operative vincenti magari con giochi di ruolo, e soprattutto molta – ma molta – leggerezza con la ripetizione frequente e costante di passaggi semplici sia dal punto di vista tecnico che da quello filosofico. Prima o poi i concetti si sedimenteranno nella coscienza, diventando parte dell’ agire umano.* Allora si potrà passare al livello successivo, e così via all’ infinito in un life-long learning di tipo evolutivo.
L’uomo stesso è una formidabile macchina per apprendere, a volte mi sembra che sia proprio questo lo scopo della vita in questo mondo e – per quel che ne sappiamo – secondo il “paradosso di Fermi” anche in tutto l’ universo, e molteplici sono i compiti che può svolgere in parallelo, se vuole.

* vedi la differenza fra “fare” e “agire” sul mio articolo LN 1/16 “il mestiere del formatore libero”

 

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