Guido Stratta

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GUIDO STRATTA


Head of HR Development and Senior Executives HR Business Partner di Enel

Lo scenario economico e sociale è in continua e rapida evoluzione: la trasformazione digitale ha abbracciato quasi tutti i settori ed è protagonista nei principali mercati. Oggi tuttavia la crescita delle complessità e il timore nei confronti della tecnologia, sempre più pervasiva, sembrano ostacolare il percorso che porta al sviluppo della persona, in un contesto di interazione con le organizzazioni. Il fattore umano è riconosciuto come la soft-skill principale per il moto dell’evoluzione della nostra specie, ma ci sono ancora perplessità sulla direzione che deve prendere per portare a una nuova, vera innovazione. Come può la formazione incrementare l’impatto del fattore umano per infondere alle persone e alle organizzazioni il coraggio di affrontare nuove sfide in un contesto così dinamico?

Mi ha colpito e divertito la frase di un futurologo incontrato durante un convegno: “In un futuro dove le macchine avranno sostituito l’uomo in tante cose, persino a fare la pizza e a guidare l’automobile, all’uomo non resta altro che lasciarsi investire da un’auto che si guida da sola mentre mangia una fetta di pizza”. Questo paradosso è molto utile per scuoterci e ripensare al digitale, che deve essere uno strumento, non un obiettivo. Il futuro, infatti, è nelle persone. Passiamo dal B2B e B2C al C2C ed ora abbiamo fatto un ulteriore salto, comprendendo che la vera relazione, sempre e comunque, è H2H: Human2Human. La formazione gioca un ruolo fondamentale in questo scenario, un training che deve evolvere per promuovere sempre di più, anche nella sua modalità, i comportamenti di collaborazione, apertura, condivisione, ascolto e comunicazione. Ci allontaniamo, quindi, sempre di più dalla logica della formazione tradizionale verso una formazione esperienziale, che allena attraverso laboratori, site visit e job shadowing. Le persone non vogliono maestri, vogliono testimoni. Quindi sì all’esperienza, alla sperimentazione e all’apprendimento dagli errori, no al modellare le persone secondo un pattern predefinito.

 

Nel contesto globale contemporaneo la diffusione di informazioni avviene a una velocità incalzante sospinta dalla digitalizzazione. Per questo motivo il formatore deve sperimentare sempre più approcci sistemici e strumenti innovativi, anche associando differenti discipline. La formazione è sempre il luogo ideale dove generare apprendimenti in grado di produrre cambiamenti personali e professionali coerenti con le dinamiche di sviluppo dello scenario socio-economico e le esigenze competitive delle organizzazioni. Il formatore oggi è la figura che può educare all’uso consapevole della tecnologia, finalizzata al corretto sviluppo della persona. Quali sono i metodi e gli strumenti tecnologici a disposizione del formatore in grado di migliorare l’interazione tra scenario sociale e competitività economica? Quanto questi strumenti influenzano i processi di formazione?

Viviamo in un contesto dinamico, volatile, definito brillantemente da Bauman “società liquida”. Questa sfida richiede forte investimento di umanità e passione etica. In uno scenario dove qualsiasi persona dotata di uno smartphone ed una connessione Internet può raggiungere una sapienza infinita, non raggiungibile dalla mente di un solo uomo, semplicemente digitando su Google, dobbiamo chiederci quale sia il ruolo della formazione, dove il sapere è a portata di click. Io credo che in questo contesto la formazione debba allenare le persone a porsi le giuste domande, non a dare risposte. Di conseguenza, gli strumenti influenzano molto non solo i processi di formazione, ma soprattutto i contenuti e le modalità. In Enel abbiamo appena attutato una ristrutturazione del Training che ora è guidato da 3 driver principali: formazione atta a diffondere nuove competenze, formazione esperienziale, formazione digital; il tutto creato insieme alle persone, i diretti fruitori, che sono accompagnati in un percorso di sviluppo, pulsante e coerente sia con l’azienda sia con la propria individualità.

 

La maggior parte delle scoperte, dalle grandi innovazioni scientifiche agli step esperienziali della crescita di ognuno di noi, avvengono attraverso il continuo imbattersi in errori e ostacoli. La possibilità di sbagliare, se circoscritta a un contesto adeguato, è il motore del miglioramento personale. Ad esempio Cristoforo Colombo, imbarcandosi con le 3 caravelle nel 1492, ha colto l’episodio di serendipità più influente nella storia moderna: mirando a raggiungere le Indie, scoprì l’America. Nella serendipità, ovvero la possibilità di imbattersi in felici scoperte per puro caso, è determinante l’influenza della specifica realtà in cui si opera. Il compito del formatore è operare attraverso la centralità della persona, legando tramite l’apprendimento il contesto dello scenario socio-economico allo sviluppo umano.Attraverso quali pratiche il formatore può trasmettere alla persona i mezzi necessari per la crescita dell’individuo nella realtà locale?

Questa è la stessa domanda che ci siamo posti quando abbiamo iniziato una sperimentazione sul Job Crafting, ossia l’insieme dei cambiamenti che proattivamente le persone mettono in atto al fine di migliorare la corrispondenza tra le caratteristiche del lavoro e le loro attitudini, abilità, bisogni. Promuovendo questo comportamento, si ottengono persone più ingaggiate, soddisfatte e portatrici di maggior valore, perché passano dal percepire il lavoro come task ad introdurvi senso. Conseguentemente, sono persone più motivate ad uscire dalla propria zona di comfort, posta sia dal loro perimetro organizzativo che da se stessi, per esplorare confini più labili e osare.
Due dei nostri valori identitari sono proprio la Proattività e l’Innovazione, al fine di promuoverli abbiamo lanciato il progetto My Best Failure, attraverso il quale abbiamo chiesto alle persone di condividere il loro “peggior” errore ed il conseguente apprendimento acquisito, con l’idea di abolire la blame culture, promuovendo invece una cultura aziendale in cui viene incoraggiata la presa di rischi e quindi l’esperienza e la crescita, secondo il proverbio: “solo a non far niente non si sbaglia mai”.


 

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