Simone Moncini

Categories: AIF,Interviste

  


SIMONE MONCINI


Nato a Lucca il 10/06/1975
Pedagogista ed Educatore Professionale. Ha lavorato 15 anni in una comunità per minori, attualmente lavora nel Progetto Sprar/Siproimi del Comune di Viareggio (LU).

Quest’anno la riflessione che vorremmo proporre riguarda il nostro lavoro quotidiano e più nello specifico tre parole:
 
La prima parola è sentiero, inteso come percorso quotidiano di sviluppo e conoscenza.

Percorsi formativi che prediligano un approccio antropologico alla persona prima che al professionista, che ponga attenzione ai procedimenti formali e non formali dell’educazione. Una formazione democratica che produca differenza e non anonimità. Saper anticipare il cambiamento “naturale” che ogni membro dell’equipe lavorativa spontaneamente maturerà. Attraverso colloqui individuali, costanti e partecipati che possano seguire i mutamenti relativi alle proprie ambizioni professionali e alle mutate esigenze personali. Una formazione che sia sempre critica, sempre insoddisfatta delle cose così come sono.

 
La seconda chiave è il qui ed ora, la consapevolezza, intesa come conoscenza delle proprie competenze.

Mindfulness: qui ed ora; flow; trance agonistica; totale coinvolgimento dell’individuo; focalizzazione sull’obbiettivo…
siamo certi che sia sempre una condizione ottimale?

Pensiamo al suo contrario: Mind wandering (mente vagabonda): accresce la creatività (problem solving…);promuove un’attenzione più fluida tra bisogni ed obiettivi, che, talora in contrasto, sono fondamentali per la sopravvivenza; lascia la mente libera di vagare durante un compito permette di ridurre lo stress…
Mi rifaccio al concetto antropologico di comparazione che riconosce che nessun modo di essere è l’unico possibile e che per ogni modo che prendiamo in considerazione o che decidiamo di adottare, ce ne sono altri che condurrebbero a soluzioni differenti e altrettanto valide.

Credo sia necessario una giusta proporzione di pratiche che permetta un miglioramento della cultura organizzativa aziendale, consapevole che una sola pratica non sia l’ottimo per tutti i soggetti. Ecco che il formatore deve farsi antropologo e conoscere preventivamente i soggetti con cui andrà ad interagire, in modo da coglierne le differenze e le affinità per meglio arrivare alla comprensione dei bisogni formativi di ogni particolare gruppo.

 
Infine il cardine su cui si svolge la nostra vita, anche professionale, l’alleanza.

Le individualità del singolo non si devono superare ma valorizzare. Se ogni membro dell’equipe lavorativa si sentirà importante per l’ambiente lavorativo per cui opera si potrà favorire una comunicazione (communis, mettere in comune) che faciliterà la collaborazione e valorizzerà l’interdipendenza. L’Antropologo Tim Ingold afferma: “… mettere in comune, non significa recuperare un insieme di attributi basilari di cui tutti i partecipanti sarebbero forniti fin dall’inizio. Implica piuttosto una tensione attenta, in cui ognuno proietta la propria esperienza secondo modalità che possono rispondere all’esperienza degli altri, i quali fanno lo stesso, e si raggiunge così una corrispondenza che va al di là di ciò che ciascuno avrebbe potuto immaginare all’inizio…”. Per ottimizzare questo processo, occorre superare la rigida relazione docente/discente e predisporre un ambiente improntato al metapprendimento, il riuscire, cioè, ad educare le persone affinché imparino ad educare se stesse.

La formazione, oggi, è spesso considerata come “training” cioè acquisizione di conoscenze, abilità e competenze coerenti con le esigenze del mondo produttivo. Il soggetto della formazione deve essere, invece, coadiuvato nella possibilità di delinearsi, in un processo di costruzione attiva, critica e partecipata.


 

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