Tiziano Botteri

Categories: AIF,Interviste

TIZIANO BOTTERI

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Training & Competences Director
HR Director
Cegos Italia

L’innovazione tecnologica sta trasformando le relazioni umane, e il cambiamento è stato percepito anche all’interno delle organizzazioni e delle aziende con cui collaboriamo. La formazione deve innovare metodi, strumenti e spazi al fine di valorizzare la persona in un contesto sempre più digitalizzato. Quali sono i principali cambiamenti da realizzare? Il cambiamento porta con sé elementi positivi? e quali?
Con il procedere dell’evoluzione tecnologica stiamo assistendo al parallelo sviluppo della figura manageriale, denominata per comodità delle “3D”, dove la prima D significa capacità di Dirigere (tipica funzione del manager), la seconda D rappresenta l’abilità di dare Dinamismo al proprio team e la terza D va a connotare la tensione alla Digitalizzazione di parte della gestione di persone e del business. E’ chiaro che l’innovazione tecnologica riguarda un po’ tutti i livelli aziendali e si inserisce in un quadro di metamorfosi culturale che concerne l’intero mondo delle imprese. Pertanto il ruolo della formazione può essere potenziato almeno su 3 aspetti:

Un aspetto meramente di conoscenza e addestramento degli e sugli strumenti tecnologici connessi al ruolo giocato da ogni individuo ed in grado di migliorare le attività quotidiane.

Un aspetto di adeguamento della formazione al contesto attuale, ossia un analogo approccio da “3D” nel quale la prima D si trasforma nella funzione di indirizzo e orientamento verso i formandi, la seconda D esprime il tratto distintivo del training dinamico ed esercitativo e la terza D indica l’utilizzo di tool nuovi e di supporto alla pura relazionalità dell’aula presenziale. D’altronde l’introduzione di questi tool è già avvenuta da tempo, a volte generando il sospetto di una ricorsa verso la modernizzazione un po’ fine a se stessa. Ma l’idea che serva la maturazione di detto adeguamento si fa – a mio avviso – sempre più forte, giacché la grande finalità mi pare debba essere la “perfetta correlazione” tra contenuto e strumento.

Un aspetto di configurazione della formazione come una concreta leva strategica e una spinta ad esplorare le differenti forme di adeguamento al cambiamento sempre più presente

 

I sistemi di intelligenza artificiale sono in grado di imparare prospettando nuove forme di vita, cioè entità sensienti di cui non possiamo prevedere, né tanto meno guidare, lo sviluppo. Come questo processo di rapido sviluppo tecnologico, che riguarda la produzione dell’intelligenza collettiva si può legare a etica e valorizzazione della cultura nei processi organizzativi aziendali? In che modo la formazione può supportare la persona affinché possa contribuire all’innovazione senza subirla passivamente?
Credo che questo tema sia il più delicato in termini di filosofia del vivere in azienda e fuori azienda. Poiché siamo entrati nell’era della 4° rivoluzione industriale che si presenta ricca di promesse in tutti i campi tecnologici e scientifici, è utile ricordare gli studi già effettuati in merito all’argomento. In particolare cito il prof. Nick Bostrom dell’università di Oxford che arriva a parlare di superintelligenza e che esprime la tesi dell’etica del potenziamento umano basato sull’utilizzo – appunto – etico della conoscenza e della tecnologia. La formazione potrebbe dare un contributo cruciale nel momento stesso in cui si ritagliasse un ambito ben definito come veicolo capillare di diffusione culturale e che entrasse, con squilli di tromba, nei programmi evolutivi di tante, di tutte le aziende. Si potrebbe far uso di metodi dinamici come –ad esempio – brevi video, serious game, forum opinionistici e quant’altro, che integrino intrattenimento e apprendimento. C’è bisogno di unire l’etica “fredda” dell’innovazione tecnologia con l’etica “calda” delle persone e rendere coscienti queste ultime del futuro che verrà e che è già qui. La formazione è sempre più un elemento che, al di là di fini pratici, deve rinforzare le 5 C: Consapevolezza, Conoscenza in senso lato, Cultura intesa come respiro dei cambiamenti in corso, Collaborazione, Costruzione pilotata di un’intelligenza collettiva. E qui la tecnologia ci può dare una mano importantissima: perché in sede AIF non si battezza una grande corrente di pensiero e azione denominata “Del Buon Uso della Tecnologia nelle organizzazioni e nella formazione?”.

 

Ieri hai detto domani. Oggi i giovani sono il futuro della nostra società, la crisi e la scarsità di investimenti rischiano di contrapporre la dimensione personale della realizzazione del sé a quella della competitività delle imprese e dei territori. In che maniera la formazione potrà far conciliare questi due estremi enfatizzando i valori strategici dell’impresa con la valorizzazione della persona nella sua essenza? In che modo la formazione può costruire una situazione ideale in azienda generando entusiasmo e partecipazione?
Vorrei evitare, se possibile, di entrare nell’area della retorica che spesso insidia i tanti temi di cui si discute, oggi forse quasi tutti, complice la comunicazione di massa. In effetti i giovani sono sempre stati il futuro di ogni epoca e sui giovani si è sempre riposta una fiducia nel proseguire una tradizione, una professione o un’attività (magari quelle di famiglia) oppure nel fare meglio e in modo differente le cose. Tuttavia questo è un tempo storico dove la forbice tra le ingiunzioni sociali e consumistiche e la situazione economica tende ad ampliarsi e stride non poco rispetto a certe contraddizioni (proprio per essere linguisticamente cortesi) politiche, organizzative e ambientali che nemmeno fondati valori strategici aziendali riescono a volte a mitigare. Il fenomeno della “generazione mille euro” tende a prolungarsi e, se possibile, ad aggravarsi. Secondo una ricerca del Censis l’occupazione dei giovani di 25/34 anni è passata dai 6 milioni di unità del 2004 ai 4,2 milioni dei primi mesi del 2014, con un costo sociale di circa 120 miliardi di euro. Dunque in un quadro di tal genere la formazione indirizzata ai giovani già inseriti nelle imprese, con forme contrattuali diverse, dovrebbe essere a mio avviso oggetto di un grande ripensamento e all’interno della culla della digitalizzazione. Perché ripensamento? Per almeno due motivi: il mutamento in corso del rapporto che i giovani tendono ad avere con il lavoro, cioè meno centrale nella loro vita e condito dal desiderio di maggior autonomia. Mentre l’altra ragione è la presa in carico delle attese dei giovani che devono essere ricalibrate a quanto le aziende possono e potranno offrire nel futuro. Ma intravvedo anche un ruolo sociale della formazione come anello di congiunzione tra il non impiego e l’entrata nel mondo delle imprese, al di là di diverse lodevoli iniziative attuate e in essere. Ma in assenza di serie politiche nazionali che dovrebbero sviluppare la figura dello “youth worker” ossia chi lavora specificamente con e a favore dei giovani, la formazione non potrà svolgere la sua funzione di supporto alla costruzione di progetti professionali e quindi di vita.


 

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