Vittorio Canavese

Categories: AIF,Interviste

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VITTORIO CANAVESE

Formatore, Consigliere Nazionale AIF

La tecnologia che entra nelle organizzazioni, ormai, supporta attività a prescindere dall’idea di “automazione” cui la si è tipicamente associata fino ai primi anni del nuovo millennio. In pochi anni la digitalizzazione ha travolto modi di lavorare che sembravano al sicuro da processi di automazione: ed in effetti lo smart working, ad esempio, ha poco o nulla a che fare con l’automazione mentre è pienamente frutto di un uso pervasivo di tecnologie di rete con i loro linguaggi, non di programmazione ma espressivi, il cui uso rappresenta il vero confine tra nativi e immigrati digitali, che cambiano anche il modo di funzionare delle organizzazioni. Credo che il punto essenziale sia proprio l’affrontare l’innovazione innanzi tutto come adozione di nuovi linguaggi, non solo per quanto riguarda gli aspetti più tradizionalmente legati alla comunicazione interna o esterna ma per l’intero ciclo produttivo, indipendentemente dal prodotto, sia esso un manufatto o un servizio immateriale, anche se forse non ci si pensa o, addirittura, lo si ignora (e forse qui si dovrebbe parlare dell’arretratezza del nostro paese in molti indici culturali, tecnologici ed economici).
Se andassimo a vedere i listini di prodotti di grandi marchi produttori di software, troveremmo suite di prodotti che conosciamo poco o nulla, o quelli che conosciamo e usiamo integrati in piattaforme sempre con un solo obiettivo: seguire il processo di produzione dai momenti più creativi al post vendita, chiudendo il circolo nel momento in cui l’ideazione dipende fortemente dal giudizio dei clienti, dalle loro richieste. I dati devono essere raccolti ed interpretati, ma come dati sono visti anche i documenti del marketing piuttosto che gli schizzi di design o i ticket dell’assistenza tecnica o commerciale. La digitalizzazione dell’organizzazione consiste proprio in questo, e da qui deriva una serie di strumenti a disposizione dei gruppi di lavoro ed il termine “gruppo di lavoro” deve essere inteso nel modo più ampio possibile. Se questo avesse a disposizione un social media tutto per sé, con la possibilità di scambiarsi informazioni, file, collegamenti, notifiche e quant’altro non potrebbe fare a meno della posta elettronica tenendo tutto in un solo ambiente? E se in quel flusso si potesse inserire un tabellone in cui organizzare scadenze, compiti, il tutto sempre condividendo risorse in tempo reale? E se quel gruppo di lavoro fosse impegnato in attività di formazione non potrebbe gestire l’intero processo con quelle risorse, dall’analisi del fabbisogno alla progettazione all’erogazione alla valutazione dei risultati? Quel gruppo non finirebbe con l’imparare facendo?
Evidentemente queste sono tutte domande retoriche, a cui le risposte non possono che essere affermative, anche se con una serie di premesse, in primo luogo in termini di disponibilità ad adottare quei nuovi linguaggi di cui sopra, di apprendimento di nuove grammatiche basate essenzialmente sui concetti di condivisione, contaminazione e disintermediazione. Per inciso i social media rappresentano una buona palestra, le tecnologie utilizzate sono disponibili anche gratuitamente (o meglio non a pagamento diretto).
Il formatore può svolgere un ruolo di aggregatore di competenze finalizzato alla loro condivisione, può fornire esempi e indicazioni di contaminazione tra i linguaggi, può fare il mediatore in processi di disintermediazione: compiti non semplici, da affrontare con disponibilità e curiosità intellettuale.


 

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