Viviamo in un mondo nel quale una parte crescente del nostro tempo, delle nostre decisioni e delle nostre relazioni è mediata dalle macchine. Lavoriamo attraverso piattaforme, comunichiamo attraverso dispositivi e affidiamo agli algoritmi una parte delle nostre scelte.
Per progettare Hapcom insieme alla scuola Holden, sono partito da questa domanda:
c’è ancora spazio per la felicità nel lavoro?
Ho scelto di rivolgere questa domanda proprio a una macchina. Ho chiesto a un sistema di intelligenza artificiale che cosa fosse la felicità e perché l’essere umano, pur cercandola continuamente, sembrasse così spesso incapace di raggiungerla.
La conversazione ha aperto diversi spazi di riflessione. Nel corso del dialogo è emersa l’idea che la felicità non sia un traguardo stabile, un risultato da possedere o una condizione permanente. Essa è piuttosto un evento che accade quando ciò che una persona sente e ciò che vive smettono, almeno per un momento, di essere in conflitto.
La società contemporanea sembra però costruita sul principio opposto. Le persone vengono educate alla rincorsa della prestazione, del riconoscimento, del successo e del denaro. La felicità viene continuamente spostata nel futuro, legata al raggiungimento del prossimo obiettivo.
Questo meccanismo entra inevitabilmente anche nelle aziende. Un’organizzazione viene spesso descritta come una macchina che deve essere veloce, efficiente e produttiva. Alla sua radice, però, rimane un organismo sociale composto da persone.
Approfondendo il tema delle organizzazioni intese come organismi viventi, mossi dalle persone, mi sono accorto che spesso responsabili e manager sembrano parlare linguaggi diversi, soprattutto rispetto alle nuove generazioni che oggi entrano all’interno di questi grandi organismi. Le competenze tecniche crescono, gli strumenti si moltiplicano, ma le competenze trasversali — ascolto, empatia, comunicazione, capacità di leggere le relazioni — sembrano non funzionare più, diventando sempre più fragili.
Si chiede alle persone di collaborare, adattarsi e assumersi responsabilità, ma non sempre chi guida un’organizzazione possiede gli strumenti per comprenderne bisogni, paure, motivazioni e differenze.
Si continua, così, a perfezionare il funzionamento dell’organismo macchina, senza studiare abbastanza gli esseri umani che dovrebbero farla vivere.
Così il profitto rischia di diventare per l’azienda ciò che il successo è diventato per l’individuo: non più uno strumento, ma il fine verso cui orientare ogni energia.
Allo stesso tempo, molte persone, soprattutto le nuove generazioni, attribuiscono sempre più valore al tempo, all’equilibrio, alle relazioni e alla coerenza con i propri valori.
Da qui è nata una seconda domanda: come rendere le persone felici all’interno del lavoro?
La risposta che ho individuato è il gioco.
Il gioco non è soltanto intrattenimento, ma è una delle strutture attraverso cui gli esseri umani imparano, costruiscono relazioni, sperimentano ruoli e attribuiscono significato alle proprie azioni. Nel gioco esistono regole, limiti, obiettivi e feedback, ma soprattutto la possibilità di vivere un’esperienza, comprenderla e trasformarla.
Così è nato Hapcom : un insieme di giochi e dispositivi esperienziali progettati per le persone che fanno parte delle organizzazioni. Il suo obiettivo è rendere visibili le dinamiche che determinano il modo in cui viviamo il lavoro: il tempo, le relazioni, la cultura aziendale, la collaborazione, l’autonomia e la percezione del proprio ruolo.
Per ognuna delle precedenti dimensioni ho sviluppato un gioco che possa intervenire, abbassando le difese di chi lo esegue e incentivando la connessione fra le persone.
Non si tratta di promettere una felicità permanente, ma di creare le condizioni affinché le persone possano ritrovare questa parola nella parte di giornata che trascorrono lavorando.
La domanda da cui sono partito, quindi, non era semplicemente come rendere felici le persone al lavoro.
Era più radicale: in un mondo che tende a renderci automatici, come possiamo progettare organizzazioni capaci di aiutarci a restare umani?

Davide Sanfratello
Coach, autore e ideatore di Hapcom. Ha concluso alla Scuola Holden un Master in Scrittura creativa e Tecniche della narrazione transmediale, durante il quale ha sviluppato un progetto dedicato al rapporto tra felicità, gioco e organizzazioni. Si interessa di comportamento umano, cultura del lavoro e progettazione di esperienze applicate ai contesti aziendali. È esperto di narrative design, experience design, brand identity, e progettazione narrativa.
E-mail: davidesanfratello0@gmail.com





