Intervista a Carmen Riccato, direttrice del Disability Film Festival
Concludiamo l’intervista a Carmen Riccato, direttrice del Disability Film Festival, la cui terza edizione si terrà a Torino dal 26 al 28 settembre presso il Centro Culturale Off Topic.
Nella prima parte abbiamo discusso di cinema e inclusione prevalentemente come esperienza personale e da spettatore, anzi da un’idea di “super spettatrice”, un modo di approcciare il cinema condivisibile per i cinefili e utile come pietra di paragone per definire un tipo di spettatore cui pensare quando ce lo troviamo in aula.
In questa seconda parte riprenderemo il tema dell’inclusività e approfondiremo quello del cinema come calce per la costruzione di comunità, e i festival, con i loro film e il loro pubblico, come luoghi di aggregazione e riconoscimento di comunità di interesse.
Vittorio Canavese
Cosa si impara parlando con gli autori e le autrici che, dal loro punto di vista, entrano in contatto con spettatori curiosi e interessati?
Carmen Riccato
In realtà quest’anno sarà il primo anno in cui coinvolgo registi che non conosco ancora.
Ho avuto la fortuna di partecipare a un paio di workshop in cui i tutor erano registi e, nonostante fossi interessata soprattutto alla sceneggiatura, ho finito per realizzare sul serio un corto: e lì ti rendi conto quanto fare un film sia un lavoro di squadra; da allora guardo i film in modo un po’ diverso, anche più tecnico. Il rapporto con i registi, per me, più che di confidenza è di empatia.
Il collegamento scatta sempre a partire da quello che fanno, cioè mi innamoro o mi infatuo dei loro lavori, voglio scoprire come sono nati, da dove e soprattutto da quale sensibilità, da quali percorsi. È raro che ci sia un’urgenza creativa che non sia dettata da qualcosa che è successo, da quello che Deleuze chiamava “l’evento puro”: c’è sempre una ferita, un quid, un momento in cui scopri che c’è qualcosa che fa scattare una serratura o che cambia un equilibrio.
V. C.
E’ questa la “superspettatrice” di cui parlavi? E’ lo spettatore che si identifica nel film, che lo vive con interesse e passione, quasi con dedizione e che grazie al cinema riesce ad avere una visione del mondo?
[vedi intervista parte prima n.d.r.]
C. R.
Si, soprattutto quando la dedizione per la settima arte è anche un modo per diventare visibile. Quando un film racconta una storia in cui ti puoi immedesimare e racconta una parte di te, in qualche modo diventi visibile e così almeno un pezzetto di te esiste. Non vale solo per gli individui, ma anche per i gruppi di persone, come ad esempio per tutti gli attivisti coinvolti nella rappresentazione di categorie sottorappresentate. Nel momento in cui le narrazioni includono persone che socialmente sono invisibili o marginalizzate, nel momento in cui un prodotto riesce a rappresentarle in modo congruo, viene raggiunto un traguardo importante in cui identificarsi.
V. C.
È una forma di inclusione in un certo senso.
C. R.
Assolutamente sì. Anche se inclusione è solo una parola che va bene per capire di cosa stiamo parlando ma che presuppone sempre una sorta di subalternità o comunque di parzialità rispetto ad una maggioranza dominante: pensa alle quote rosa, le quote LGBT, come se tutte le minoranze fossero parti di qualcosa di più grande che concede uno spazio a delle entità più piccole.
In realtà le differenze sono ovunque e coesistere sarebbe qualcosa di molto meno forzato.
V. C.
Come definiresti allora l’inclusione?
C. R.
Definire in qualche modo l’inclusione una forma di coesistenza delle differenze sarebbe molto meno violento e molto più includente nel senso letterale del termine. Nel momento in cui sei una persona disabile, per esempio, la rapidità è la prima cosa che ti taglia fuori, sei una persona rallentata rispetto ai canoni abituali di rapidità. Mi piace pensare che il motore dell’incontro sia la differenza piuttosto che qualcuno che decide di concedere lo spazio a qualcun altro, e qui sono d’accordo con Acanfora quando parla di coesistenza delle differenze.
V. C.
Il titolo del convegno nazionale AIF del 2024 era “Muovere la cultura dell’inclusione, diversity, equity e belonging” e hai descritto bene cosa intendi per inclusione (e anche per diversità), ma riguardo al resto?
C. R.
“Belonging” infatti è una parola che non si legge mai, rimanda alla comunità ed è bellissima, il senso di appartenenza viene quasi superato.
Devo ammetterlo, ho partecipato poco all’associazionismo nella mia vita prima del DFF, perché non mi sentivo mai rappresentata da una cosa sola. Non sono mai entrata in un’associazione di persone disabili perché non mi sentivo mai solo una persona disabile, così come se riuscirò a portare a termine il mio nuovo progetto non sarà soltanto parlare di cinema e di disabilità, ma sarà parlare di cinema intersezionale.
Adesso c’è una parola per dirlo, mentre magari vent’anni fa l’intersezionalità1 era un concetto molto marginale e legato a categorie specifiche. Oggi invece intersezionalità sembra una parola facilissima, ma attuarla, trovare anche i prodotti che la comunichino in modo efficace è difficilissimo.
L’idea di unire le comunità e creare un senso di appartenenza nell’intersezionalità secondo me deve essere l’obiettivo del prossimo futuro perché altrimenti rimaniamo nella segmentazione, che rende le comunità deboli e superficiali. Ci vogliono persone che, anche per sopravvivenza, devono fare molti lavori, conoscere molte realtà, contaminarsi con tanti contesti per poi mettere insieme altre persone. Questo è fare comunità. Secondo me, è un senso di appartenenza che può portare all’equità. Prima c’è da costruire il “to belong” e dopo viene l’equità e con l’equità viene l’inclusione. Il belonging parte dalle persone, una persona può sentirsi parte di una comunità anche se non è tra i suoi simili, se c’è un sentire, una missione comune, un obiettivo da raggiungere.
V. C.
Probabilmente nel successo dei festival c’è proprio l’opportunità di sentirsi parte di appartenenze che in qualche modo riescono a incontrarsi. Da questo punto di vista forse il cinema è un linguaggio che dà maggiori occasioni di incontro, fa quasi da hub rispetto alle possibili connessioni, non so quanto consapevolmente.
C. R.
Purtroppo i festival da soli non bastano, il problema grosso è la distribuzione.
Il festival comunque è un’occasione per contestualizzare e anche indirizzare in qualche modo i contenuti in un orizzonte di senso di un certo tipo. Uno spettatore qualunque che va in sala, se è curioso, becca il film che magari ha due giorni di programmazione e che non riesce neanche a fare propagazione.
V. C.
Sei festival si pongono come un mercato alternativo c’è davvero il rischio che si crei un mondo con i festival e un mondo senza.
C. R.
Per effetto di questa cosa, di voler aumentare la circolazione di ciò che conta per ciascuno, magari davvero finiscono i giorni nel calendario, perché ormai non c’è più un festival che non sia sovrapposto a qualcos’altro. Meglio così, nel senso che poi, appunto, i vari segmenti scelgono cosa privilegiare per il proprio sentire, per la propria esperienza.
V. C.
Saturazione e comunque perdita di occasioni, perché non si può essere in due cinema contemporaneamente. Non è neanche pensabile che ogni festival duri una settimana e che ripeta la proiezione più di una volta, perché spesso è già abbastanza difficile appunto trovare la sala e organizzare più di una proiezione.
Tu hai citato diverse volte il workshop come occasione di conoscenza e già questo mi sembra interessante, forse perché il cinema è comunque nell’immaginario di tutti. Chiunque ha sempre sognato quantomeno di fare un film, di raccontare una storia e questo mi fa pensare a come utilizzare il cinema per la formazione in modo attivo se non creativo e produttivo.
C. R.
Ci sono sempre modi diversi di comunicare per immagini, pensa a YouTube o TikTok per le nuove generazioni. Pensa a come oggi si possa fare cinema con uno smartphone: i primi esempi erano molto difficili da fruire, ma gli esperimenti sono comunque interessanti e indicano vie di sviluppo interessanti.
V. C.
Un esempio potrebbe essere un film come Selfie2 di Agostino Ferrante, in cui vedo soprattutto la capacità di esprimersi con immediatezza.
C. R.
Certo, però bisogna essere capaci di farlo, e lui lo è. Se penso a quel film non mi viene neanche in mente che è girato con degli smartphone, penso piuttosto alle storie che vengono raccontate. È come se fosse l’unico modo disponibile per raccontare quella storia, anche se in realtà poi non è così.
V. C.
Quali visioni sui temi di cui abbiamo discusso consiglieresti a chi ci legge?
C. R.
Con un’idea di inclusione molto ampia mi viene subito il riferimento ad una serie italiana, Prisma di Ludovico Bessegato3 , su Amazon Prime; molto interessante anche se dopo due stagioni non è stata rinnovata nonostante parecchi premi e riconoscimenti.
Una pietra miliare è Un sapore di ruggine e ossa4 , del 2012 di Jacques Audiard. Ho trovato molto inclusivo, con un’accezione tutta sua, anche Poor Things, Povere creature!5 di Yorgos Lanthimos. Un film che mette un po’ tutti d’accordo, anche se pochissimo visto in Italia perché uscito subito dopo il Covid, è In viaggio verso un sogno: The Peanut Butter Falcon del 2019. È la storia di un ragazzo trisomico che vive in una casa di riposo e che sogna di fare il wrestling. È ossessionato da una videocassetta, e, con l’aiuto di alcuni nonnetti, riesce a scappare per andare a cercare il vecchio wrestler che deve fargli da maestro. Lungo la strada incontra una persona che non riesce ad abbandonarlo mentre la sua educatrice lo insegue; la triade poi finisce per dare proprio quel senso di appartenenza che diventa inclusione. O meglio, c’è l’incontro e il belonging che diventa inclusion, diventano un gruppo di amici, un gruppo di persone che si sceglie, che decide che stare insieme, è il compimento di qualcosa di più grande, non è semplicemente aiutarsi a diventare una persona ma qualcos’altro, più potente che restare singoli per aiutare qualcuno. Non c’è più uno solo che ha bisogno di altri, ma sono tutti e tre che a turno hanno bisogno degli altri per andare avanti. L’abbiamo usato per due anni per un corso all’università.
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Ringraziamo Carmen Riccato per queste ultime indicazioni e per tutta la chiacchierata, ricca di stimoli. Di questi argomenti e di tutto quanto possa riguardare il cinema e la formazione si occupa un apposito gruppo di lavoro; i soci interessati a partecipare possono scrivere all’autore di questo articolo, nonché responsabile del gruppo di lavoro alla mail vcanavese@gmail.com

Vittorio Canavese
Digital Educator e Instructional Designer per il CSI Piemonte. Partecipa a progetti internazionali come esperto di formazione e cura attività formative per varie piattaforme destinate alla P.A. e alla cittadinanza. Ex Consigliere nazionale e della Delegazione Piemonte, membro del Comitato Scientifico del Premio Filippo Basile, ha fatto parte del comitato organizzatore del ForFilmFest.
E-mail: vcanavese@gmail.com
- Intersezionalità: riconoscere l’unicità dell’esperienza di ciascuna persona così come delle possibili forme di discriminazione e forme di esclusione che subisce. https://www.sinapsi.unina.it [↩]
- Il film è disponibile gratuitamente su RAI Play. La scheda del film sul sito del produttore [↩]
- Un’intervista al regista della serie: ; su Amazon Prime sono ancora disponibili la stagione 1 e la stagione 2 [↩]
- Il film è disponibile su RAi Play [↩]
- Il film è disponibile su Disney+ [↩]





