Mi sono trovata di recente in una visione dicotomica rispetto alla figura educativa e formativa di Don Lorenzo Milani.
Ho partecipato ad un gruppo di studio con al centro il metodo di lavoro di Don Milani per restituire fiducia agli ultimi, in particolare in questo caso, alle ultime, donne spesso molto giovani che scoprono di non avere, apparentemente, strumenti e fiducia per cambiare le loro difficili vite. Rileggere e riprendere il pensiero di Lorenzo Milani dopo tanti anni mi ha creato entusiasmo e voglia di approfondire con lo sguardo di oggi.
Dall’altra parte mi sono fermata davanti al giudizio piuttosto spietato di una persona che stimo molto che l’ha liquidato come un “esaltato e maschilista” che ha attaccato con grande violenza “una professoressa”, una donna, per aver respinto due dei suoi ragazzi alla scuola superiore.
Quindi ho ripreso i testi e mi sono messa a leggere.
Consiglio di affrontare il libro di Sandra Passerotti “Le ragazze di Barbiana”[1]
per cogliere pienamente l’opera di Lorenzo Milani e sfatare una delle tante critiche volte a sminuire l’impatto della missione educativa che ha caratterizzato la sua breve ma combattiva esistenza.
La critica in questione è che Lorenzo Milani non abbia incluso le bambine e le ragazze nella sua opera di scolarizzazione, che ci sia stato un fondo di misoginia o di scarsa attenzione all’educazione delle future donne.
Non è stato così. Il libro di Sandra Passerotti è una ricerca accurata sugli anni di Barbiana, delle donne coinvolte come buone maestre, figure educative adulte, come esempi per tutti, maschi e femmine e raccoglie fonti inedite e documentate delle bambine passate per la scuola di Lorenzo Milani a cui la vita è stata cambiata in meglio da quell’esperienza.
Don Lorenzo Milani è stato un uomo ed un prete scomodo. Ha preso posizione contro l’obbligo del servizio militare e la persecuzione di chi già allora faceva obiezione di coscienza, andando in quegli anni incontro al carcere presso la struttura militare di Peschiera. In Lettera ai cappellani militari[2] argomenta la sua dura critica verso quei religiosi che prendevano le parti del potere contro coloro che per idee e fede rifiutavano il servizio militare e l’idea di difesa armata e violenta. Per questa presa di posizione venne processato per apologia di reato e incitamento alla diserzione e alla disobbedienza civile.
Scomodo alla Chiesa, fu mandato in una sorta di esilio sempre più isolato, da San Donato a Calenzano vicino a Firenze (dal 1947 al 1954) dove inizia la sua attività di sostegno ai ragazzi e ragazze che faticavano a restare nei percorsi scolastici, fino a Barbiana (dal 1955 al 1967 anno della sua morte), un paese di poche anime, una realtà di povertà ed emarginazione, nell’Appennino Tosco Emiliano dove spesso l’inverno non si poteva arrivare a causa di piogge violente o di forti nevicate. Gli insegnanti non raggiungevano la scuola e le famiglie preferivano far lavorare bambini e bambine nei campi, nelle stalle, nelle case. Lì inizia la sua missione verso gli ultimi, quei ragazzi inevitabilmente espulsi troppo presto dalla scuola pubblica e destinati ad un futuro deprivato, di ignoranza e rassegnazione.
In quel contesto contadino e isolato mandare a scuola le figlie femmine era insensato, un peso inutile, significava privarsi dell’aiuto domestico facendo studiare bambine che erano destinate a sposarsi presto e a stare in casa.
La ricerca di Sandra Passerotti riesce a identificare e rintracciare nove bambine su quarantacinque ragazzi che tra gli anni 1955/67 frequentarono la scuola di Barbiana. Una minoranza, certo, ma sicuramente una sfida.
A tutte furono offerte possibilità di formazione e scolarizzazione come per i loro compagni maschi ed in più furono creati dei percorsi prettamente femminili per poter imparare un lavoro che da adulte avrebbe permesso loro di non dover dipendere dal marito.
Soprattutto è straordinario che nelle testimonianze raccolte queste donne, oggi adulte e anziane, parlino di dignità, fiducia in se stesse, autostima. Autostima che ritengono sia cresciuta proprio con quell’esperienza distintiva.
Nella scuola di Barbiana si leggevano i quotidiani, non c’erano libri di testo, si imparavano le lingue, con i dischi dell’epoca, si organizzavano soggiorni all’estero. Si studiava Gandhi. La scuola era fatta di 365 giorni, mattina e sera, come la vita contadina a cui quei ragazzi e ragazze erano sottratti “meglio la scuola che spalare letame”
Tutto questo tra gli anni ‘50 e ‘60, ben prima dell’inizio della rivolta operaia e studentesca del ‘68.
Cito di seguito un pezzo dall’intervista condotta da Sandra Passerotti a Giuseppina Donnini[3] “… lui ci ha insegnato l’indipendenza, a non essere sottomessi, a non sentirsi inferiori a nessuno, anche davanti a chi aveva un ruolo di comando. Lui ci spingeva a studiare anche se si faceva un lavoro manuale, lo studio era per noi stessi”.
“Lui ci incitava a non arrendersi mai ad andare sempre avanti. Oggi se riesco a difendermi e a fare le mie ragioni anche con persone che hanno studiato più di me lo devo a don Lorenzo”
Franca Righini[4] racconta “… riservava [alle bambine] la stessa educazione, perché tutti siamo uguali di fronte alla legge: diventare esseri pensanti, appropriarsi della parola per far valere i propri diritti, conoscere i problemi e cercare di risolverli”.
“[…] tutto questo lo si capisce dal fatto che mandò a lavorare e a studiare all’estero anche le femmine tanto quanto i maschi. Per loro (le bambine), in particolare, don Lorenzo si preoccupava di sistemarle in famiglie affidabili”.
Don Lorenzo è stato spesso accusato di avere un atteggiamento diverso, meno spontaneo nei confronti delle bambine, addirittura definendolo “un maschilista”
A tal proposito Francuccio Gesualdi dà questa interpretazione: “Don Lorenzo doveva farsi accettare dai parrocchiani, e per ottenere la fiducia si adeguava a certi valori che nascono dalla saggezza %popolare, in fondo non sono da far scomparire con un colpo di spugna, ma da ridimensionare. Stava anche attento al rapporto tra maschi e femmine nella scuola, ma non lo faceva per una mentalità retrograda o per punizione. È che confessava tutti i giorni quindi conosceva un mucchio di casi e voleva premunirsi.
Ma per esempio, il fatto di essere riuscito a mandare la Carla in Inghilterra, accidenti se fu una rivoluzione a Barbiana”[5].
Il testo più famoso attribuito a Don Milani, “Lettera a una professoressa” è molto citato e scarsamente conosciuto nei suoi contenuti. La cosa più rilevante ancora oggi, per chi si occupa di educazione e formazione è che il testo è stato scritto collettivamente dai ragazzi che frequentavano la scuola di don Milani con un metodo molto particolare e innovativo.
“Noi dunque si fa così:
Per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes.
Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola.
Un giorno si mettono tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano uno ad uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi”[6]
E via così. Cosa viene in mente a voi formatori e formatrici ? Brain storming? Post it e cartelloni? Pensiero creativo?
Lorenzo Milani ha contestato prima del ‘68 la scuola di classe che lasciava indietro e bocciava i più deboli, i figli degli analfabeti, i più fragili. Oggi la scuola non boccia quasi nessuno ma i più deboli, i fragili, gli emarginati non sono visti, restano indietro, si disperdono e si allontanano spesso per sempre da ogni percorso di studio e apprendimento.
Sono coloro che per primi verranno espulsi dai luoghi di lavoro, quelli e quelle che non si avvicineranno a percorsi di riqualificazione e formazione perché il ricordo del fallimento e della sconfitta scolastica sono ancora vivi e dolorosi.
Ancora oggi siamo di fronte ad uno scenario di abbandono e dispersione scolastica che dovrebbe far preoccupare seriamente e a pagare sono sempre gli ultimi, i poveri, gli emarginati, i figli di famiglie disfunzionali.
Dove sono le istituzioni a quasi settant’anni dall’esperienza di Barbiana ?
Lorenzo Milani muore dopo una lunga malattia nel giugno del 1967 ad un passo da quella rivolta generazionale che forse, da uomo e prete scomodo, avrebbe criticato.
Viene sepolto nella sua Barbiana.
Lascia una traccia importante su cui continuare a riflettere a chi ancora oggi si vuole occupare di pratiche pedagogiche.
Mi piace chiudere questo testo con le parole di un grande maestro della pedagogia e della formazione italiana, Riccardo Massa.
“Don Milani, il femminismo, le comuni infantili, le scuole alternative, il tempo pieno, i centri sociali, l’animazione teatrale, la psicoanalisi antiautoritaria, […] la denuncia della selezione scolastica e dei metodi tradizionali di valutazione, la critica della famiglia borghese e delle istituzioni totali. Un grande immaginario pedagogico ma anche un reticolo di pratiche, di attitudini e di esperienze educative accomunate dalla speranza in un riscatto sociale e individuale, oltre che dal rifiuto di modelli tradizionali.
La riappropriazione a tutto campo del sapere pedagogico più suggestivo e più vitale con la speranza di un riscatto sociale.”[7]
[1] Sandra Passerotti Le ragazze di Barbiana Libreria Editrice Fiorentina 2019
[2] Scritto e pubblicato nel 1965
[3] Giuseppina Donnini parrocchiana di San Donato a Calenzano nata nel 1942. Sarta e ricamatrice.
[4] Franca Righini di Bruscoli, Alto Mugello, comune di Firenzuola, nata nel 1941. Laureata in lettere insegnerà alla scuola media di Calenzano.
[5] Neera Fallaci “Dalla parte dell’ultimo” Milano 1974, pag.368
[6] Scuola di Barbiana – Lettera a una professoressa – Mondadori Libri Milano 2017 pagg. 103-104
[7] Riccardo Massa Cambiare la scuola. Educare o istruire? Laterza, Roma-Bari 1997 pag.67

Anna Malaguti
Coordinatrice editoriale di Learning News, formatrice, coach e volontaria in una casa famiglia per donne e bambini.
E-mail: aiflearningnews@gmail.com





