Nel 50° anniversario di AIF mi piace ricordare due volumi pubblicati dalla collana di Franco Angeli che, ancora oggi, ci propongono alcuni concetti, che oggi vanno recuperati come di una attualità assoluta[1]. La professione formativa viene presentata come una “professione di frontiera” i cui riferimenti sono molteplici e sfumati, mai del tutto definiti e sempre in fieri.
E’ attualissimo, quasi urgente, il richiamo alla dimensione della frontiera, che in un mondo complesso, dinamico e plurale diventa il luogo dell’incontro, del confronto, del conflitto e della generatività e va dunque adeguatamente presidiato, con consapevolezza e intenzionalità, non solo dalla leadership ma da ognuno. Frontiera tra un dentro e un fuori ma anche tra mondi. Così la formazione come professione di frontiera, diventa luogo di apertura al futuro, di creatività, dal quale diventa possibile proiettare le persone e le organizzazioni verso ciò che ancora non esiste e che, superando dialetticamente la dimensione del bisogno, consente di pro-gettarsi in una dimensione di desiderio.
Le sue dimensioni di indeterminatezza, che non vuol dire assenza di rigore, possono rendere la formazione vitalizzante (Bruscaglioni), sottrarla al dogmatismo e aprirla alla possibilità di elaborare pensiero ed azioni efficaci in un momento storico in cui non è possibile trovare nel passato le soluzioni ai problemi, ma occorre trovarle nel futuro, guidati da una energia desiderante. La dimensione dell’empowerment, che si basa su una visione di sé come dotato di possibilità, restituisce senso all’agire, sottraendolo ad ogni forma di nichilismo, che oggi pare coprirci come un opprimente velo.
Stefano Gheno, a sua volta, parla di Formazione eudaimonica, richiamando quell’ “eu-daimon che anima l’uomo al raggiungimento della felicità”. Una felicità che non è un picco emozionale ma un tendere verso qualcosa che il nostro cuore desidera, e dunque fornisce l’energia, la forza, la motivazione che consentono di affrontare la fatica di spostarsi dalla propria posizione, di uscire dalla propria zona di comfort, per apprendere, per provare a modificare una situazione data, spingendoci perfino verso traguardi apparentemente irraggiungibili, come fu per il desiderio di volare.
Ed è questa dimensione del desiderio che può spingerci verso la creatività e la generatività.
Generare, ci dice Gheno, “è l’espressione positiva del potere. Io posso esercitare potere in modo sottrattivo, riducendo i gradi di libertà altrui. […] Oppure posso esercitare il mio potere aggiungendo possibilità, a me e/o ad altri”. In questo aumento di possibilità sta un accrescimento collettivo di ben-essere, di libertà e di felicità.
È una visione idilliaca? Ovviamente no. La formazione eudaimonica non comporta “la separazione di quanto di bello e di brutto viviamo, ma una loro integrazione generativa”. È nella faticosa armonia, instabile e fragile, tra tutti gli aspetti dell’esistenza che si può raggiungere una ragionevole integrità e giocare un ruolo attivo nel nostro mondo della vita. E questo vale nella dimensione personale, come in quella organizzativa e sociale dell’esistenza.
La cultura di massa degli ultimi anni ci ha schiacciato molto sulla dimensione del bisogno: anche nella progettazione degli interventi formativi e sociali si parte da un’analisi dei bisogni, che però corrisponde ad una visione quasi etologica dell’uomo.
È la dimensione del desiderio ad essere invece strettamente connessa alle capacità generative, declinabile in tutte le sue molteplici sfaccettature. La rilettura di questi testi mi ha spinto dunque a riflettere su quanto sia importante oggi coltivare il desiderio di generare, di dar vita, non per colmare una mancanza (soddisfare un bisogno), ma per realizzare qualcosa che ancora non c’è o è solo in embrione (creatività) nella direzione di una maggiore realizzazione personale e collettiva umanizzante, oppure per trasformare profondamente qualcosa di già esistente e dargli una nuova forma, più generativa e vitalizzante.
Conosciamo ormai bene l’importanza del costruire scenari e visioni di un futuro desiderato. AIF se ne è occupata proprio in questi mesi. Sono oggi molteplici le tecniche utilizzate per immaginare diversi percorsi di azione.
Questi sono sistemi organizzativi che hanno sviluppato la consapevolezza che l’approccio reattivo non può essere vincente di fronte alle sfide attuali, e che è difficile, in un contesto così complesso (nel senso moriniano, non complicato), dunque dinamico, poter imparare dalle buone prassi. In questo contesto, il futuro può diventare il nostro maestro molto più del passato. Non possiamo più cercare nel passato le soluzioni ai problemi presenti: siamo in qualche modo pressati a cercarli nel presente, cogliendo le emergenze (sempre in senso moriniano del futuro). Con tutto il rischio che questo comporta. Il futuro non può essere previsto mai in maniera certa. Ma la nostra società dovrebbe avere imparato che è difficile avere certezze. Vale ancora quanto diceva Morin, richiamando Machado: “All’origine la parola metodo significa cammino. Qui bisogna accettare di camminare senza sentiero, di tracciare il sentiero nel cammino. E’ ciò che diceva Machado: <<Caminante no hay camino, se hace camino al andar>>. Il metodo non può costituirsi che nella ricerca: non può venire alla luce e formularsi che in seguito, nel momento in cui l’arrivo torna a essere un nuovo punto di partenza, questa volta dotato di un metodo”[2].” (ivi, p.50)
In questo cammino il futuro è un punto di riferimento. Un insieme di coordinate che guidano il cammino: verso dove vogliamo andare? Cosa vogliamo evitare? Quali ostacoli? Quali minacce? Perfino, quali mostri?
[1] M. Bruscaglioni, Per una formazione vitalizzante, Strumenti professionali, FrancoAngeli, Milano, 2005.
S.Gheno, La formazione generativa. Un nuovo approccio all’apprendimento e al benessere delle persone e delle organizzazioni, Franco Angeli, 2010.
[2] Ivi, p.19.

Antonia Rosetto Ajello
Pedagogista, titolare dello Studio di consulenza pedagogica “Metamorfosi” e presidente dell’Associazione “LavorOperAzione” di Messina.
E-mail: rodolfosabbadini@hotmail.com





