Premessa
Alle intelligenze multiple che abbiamo imparato a riconoscere grazie a Howard Gardner[1], non so se possiamo aggiungere quella “Immaginifica”. Non so nemmeno se si possa considerare una forma di intelligenza o un disturbo del tipo “utilizzare l’immaginazione per imbrogliare la realtà”. È un tipo di facoltà che pratico probabilmente da sempre, sicuramente nei momenti di bisogno, ma che ho affinato anche grazie a pratiche meditative (yoga, training autogeno, mindfulness). Quello che segue è un racconto che descrive la mia esperienza di gestione del dolore attraverso questa “abilità”.
Tre mesi con Snake
Da tre mesi sono abitata da un serpentello bianco, anzi trasparente. Ha una bocca a ventosa, agucchiata dentro il cranio. Passa dietro l’orecchio sinistro, scende sul collo, attraversa la clavicola, il torace e poi penzola da qualche parte nell’addome. Deve avere una coda puntuta o una seconda bocca con dentini aguzzi, perché a volte morde là dove un tempo stava l’appendice. Non so di preciso quanto sia lungo: probabilmente sessanta-settanta centimetri. Il suo nome scientifico è “Shunt Ventricolo-Peritoneale”[2], ma in famiglia lo chiamiamo Snake. Non avrei mai pensato di avere un serpentello come cavalier servente: succhia il liquor in eccesso che il mio cervello non riesce a smaltire e lo scarica via, alleggerendomi i pensieri e azzerando quel rumore, di ferraglia “prima” e di oceano in tempesta “dopo”, che mi ha accompagnato per alcuni anni. Il prima e il dopo sono collegati alla diagnosi finale: idrocefalo normoteso. La mia amica Marcella ha definito questa patologia come “la cellulite degli intellettuali”, apostrofandomi così: “Noi femmine accumuliamo l’acqua in accesso sul lato B e sulle cosce e tu invece nel cervello? Non sei normale!”. Ma questo lo sapevamo già, perché qui nessuno è normale-normale, ma siamo tutti un po’ speciali.
Il “Prima”
Prima della diagnosi pensavo di avere in testa un treno in corsa che non si fermava ad alcuna stazione. Attraversava gallerie lunghissime e correva, correva tra i ventricoli del mio cervello. Non era acufene. Poteva essere parkinsonismo. Bisognava approfondire. Nel frattempo, non potendo fare niente per fermare questa locomotiva in corsa, ho deciso di salirci su e di farmi trasportare in viaggi immaginari, così da dare un senso a tutto quello strepito.
Ho scelto di percorrere la Transiberiana, da Mosca a Vladivostok, quando ancora si poteva raggiungere Mosca. La linea ferroviaria più lunga del mondo, novemila chilometri di meraviglia che trasformavano il rumore di ferraglia in un continuo “Ohhhh…” Sette giorni di viaggio reale che sono riuscita a far durare un anno circa, ovviamente in terza classe, dove si socializza in tutte le lingue del mondo, fermandomi ogni mese in una diversa città, così da disperdere tutto quel frastuono nella scoperta. Durante il giorno mi documentavo sulle tappe e, quando arrivava la sera e il rumore sovrastava qualsiasi quiete, scendevo dal mio treno e gironzolavo per le strade, tra vecchie mura, architetture brutaliste, palazzi sontuosi o civettuoli, chiese e musei. Tra una tappa e l’altra mi godevo il paesaggio, al ritmo dell’incessante “tututum-tututum-tututum”, acquistavo cibo locale e sbocconcellavo pirožki[3] ripieni, cetrioli salati, pollo avvolto nell’alluminio, patate bollite e pesce salato o affumicato. Ma anche latte fresco, gelato, bacche e pel’meni[4]. Chissà se gusterò mai un pirožòk dolce o salato o un pel’meni?
Se il “turrucuturru” diventava troppo insistente, tiravo fuori dallo zaino la famosa tazza da tè delle ferrovie russe, con il manico in ferro, acquistata a bordo del treno per la gioia della capovagone e me la osservavo nei dettagli. Sono partita a gennaio e mi sono fermata a lungo nella città storica di Nizhny Novgorod, l’antica Gorky. A febbraio ho raggiunto la città fluviale di Kazan e a marzo l’inquietante Ekaterinburg, in cui avvenne l’esecuzione capitale dei Romanov. Ad aprile mi sono dedicata a Tobolsk, l’antica capitale della Siberia e a maggio a Novosibirsk, la nuova. Le lunghe giornate di giugno mi hanno trasportata a Krasnoyarsk, affacciata sull’immenso fiume artico Yenisey. Ad agosto ho visitato Irkutsk con le sue case in legno dalle persiane turchesi.
Nel frattempo, stava arrivando settembre e ho fatto una deviazione per giungere sulle sponde del lago Bajkal, il più profondo del mondo, dal miracoloso potere vivificante: un guaritore fluido, come lo percepiscono i buriati, gli affascinanti mongoli residenti in Siberia. E in tutto quel frastuono e nei tentativi di dargli un nome e di trovare una soluzione per annientarlo, ho risentito le voci di chi mi aveva suggerito di fare “una bella risonanza magnetica con mezzo di contrasto”. Ma non ero ancora pronta, e ho preferito continuare il viaggio.
Sono risalita sulla mia Transiberiana e ad ottobre sono scesa a Chita, una delle città meno turistiche della Siberia orientale, e forse per questo tutta da scoprire. Mi sono lasciata sorprendere dal Museo geologico con la sua raccolta di oltre 20 mila campioni di vari minerali, comprese rocce contenenti oro, argento e pietre preziose. Me lo sono “spizzuliato” lentamente, fino a raggiungere il luogo dove ogni sera il frastuono del treno si trasformava in ninna-dei-sogni. Ho attraversato centinaia di chilometri di steppa russa per giungere, a novembre, nella sorprendente Khabarovsk, nata da un piccolo insediamento cinese e chiamata Boli. E infine, alla fine, ecco Vladivostok, l’ultima stazione, il capolinea, dove ho respirato per la prima volta l’aria del Pacifico.
Di fronte a tutto quel blu, il sussurro degli sciamani del lago Baikal si è fatto più intenso, risuonando dal cuore ai piedi e così ho deciso di fare la famosa risonanza-magnetica-con-mezzo-di-contrasto. Ma solo perché mi avevano assicurato che avrei potuto farla in anestesia totale, così da evitare di suonare il campanello di emergenza e scappare a gambe levate come avevo fatto nei due ultimi tentativi. La terza volta è stata quella buona: ero pronta. È bastata una leggera sedazione, mi sono infilata consapevolmente nel tunnel e ho continuato il mio viaggio in una qualche galleria della Palermo-Messina.
Il “Dopo”
All’uscita mi aspettava la diagnosi e il suo “dopo”: il mio cervello non ospitava un treno chiassoso ma un oceano che si frangeva tra i ventricoli e le pareti della scatola cranica e che – se non opportunamente risucchiato – avrebbe compromesso nel tempo le mie già discutibili capacità cerebrali, aggravato il mio equilibrio instabile e reso ancor più leggendario l’elenco delle dimenticanze.
Non mi restava che abbandonare il treno e salpare su un veliero in buona compagnia, con Robert Louise Stevenson, Herman Melville, Wilbur Smith… Ho veleggiato fino a Milano e ho contrattato con il neurochirurgo la data dell’intervento: non c’era nessuna urgenza, ma una ragionevole fretta. Avrei fatto in tempo ad andare in Namibia e anche in Giappone. Avrei potuto raggiungere la Costa degli Scheletri e arrivare ad Osaka, in tempo per l’Expo. Il rumore rassicurante degli oceani mi accompagnava giorno dopo giorno, ma almeno tutto questo aveva un nome e una soluzione.
Ed eccoci arrivati al 15 gennaio 2026 e al mio serpentello bianco, come il colubro di Esculapio, il mio guaritore. La sua bocca è ben fissata dentro un ventricolo, il suo corpo sottile e sinuoso mi attraversa, una coda puntuta o un’altra piccola bocca fornita di denti aguzzi ogni tanto mordicchia il mio fianco.
Prima dell’intervento mi hanno rasato mezza testa, l’altra mezza capigliatura l’ha eliminata mia sorella piccola, la mia fata, insieme a Santa Pazienza. Dopo un mese di silenziosa convalescenza vittuonese era giunto il momento di tornare a casa, ma non prima di aver fatto un salto da Sonia, la parrucchiera-fattucchiera, che ha fatto di me una donna felice: “Non farteli allungare più e non colorarli più. Sei bellissima!”.
Non ci penso proprio ad allungarli e colorarli! Senza volerlo ho fatto una delle cose che mi ero ripromessa di fare “ad una certa età”. Grazie a Snake. E adesso festeggiamo i nostri primi tre mesi di convivenza, durante i quali abbiamo provato a conoscerci, guardinghi ma fiduciosi. “Snake, arrisèttati!” – gli dico quando morde – Trovati una tana, ubriacati di liquor e dormi con me.”
Da qualche giorno mi dà ascolto. Sono scesa dal treno e dai velieri oceanici. Mi è rimasto un rumore di risacca, un sottofondo leggero con il quale mi risveglio e mi riaddormento.
È tempo di tornare a viaggiare veramente, perché “Viaggiare è più che vivere”. Anche con un serpentello bianco in corpo. Prossima meta: Uzbekistan…
[1] Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza (Frames of Mind: The Theory of Multiple Intelligences, 1983), Howard Gardner, Feltrinelli, Milano, 1987
[2] Uno shunt ventricolo-peritoneale (VP) è un dispositivo medico che allevia la pressione sul cervello causata da un eccesso di liquido cerebrospinale.
[3] Da Wikipedia: I pirožki (singolare pirožòk; l’accento è sull’ultima i) sono una pietanza della cucina russa, consistente in una specie di focaccia che contiene diversi tipi di ripieno. Possono essere semplici, anche se di solito sono farciti, oppure realizzati in varie forme fantasiose con strisce di pasta decorative.
[4] Da Wikipedia: I pel’meni sono un tipo di pasta ripiena, di forma circolare, di forma piatti o tondeggiante composti da una sfoglia sottile di impasto non lievitato e un ripieno di carne, a base di maiale, agnello, manzo o un insieme di più di esse, diffusa in Siberia e nell’Europa centro–orientale.

Antonella Marascia
Segretario comunale in pensione, educatrice, formatrice, scrittrice, viaggiatrice, componente del direttivo della Delegazione AIF SiciliaCalabriaSardegna.
E-mail: antonellamarascia@gmail.com





