La scrittura terapeutica e il benessere interiore

Può la scrittura essere terapeutica, cioè attinente ad una cura?

Carta e penna possono sostituire l’aspirina? Non è proprio così, però possono andarci molto vicino!

Da quando mi occupo di scrittura come strumento di benessere, tendo a soffermarmi sull’aggettivo “terapeutica” con particolare cura, forse anche una certa esitazione, per chiarire il significato delle due parole. “Scrittura” è ogni mezzo che permette la trasmissione durevole di informazioni, che sia o meno rappresentazione grafica del parlato. Il termine terapeutica deriva dal greco “therapeutikòs”- e significa che ha a che fare con la cura, il porre attenzione a manifestazioni di disagio fisico o mentale che possono essere superate. 

Può l’atto dello scrivere, semplicemente con carta e penna, aiutarmi a stare meglio?Certamente, se intendiamo l’atto dello scrivere come una pratica di autoconsapevolezza e di affiancamento alle terapie mediche nel caso in cui fossero necessarie.

La risposta è sì, la scrittura terapeutica fa bene, perché nel momento in cui trovo le parole per esprimere il mio disagio, riesco a collocarlo dentro al contesto di vita, gli dono forma e consistenza e riesco a rendere visibile l’invisibile, leggero il pesante, sciolto l’ingarbugliato, perché la scrittura lavora sulla memoria, l’insieme delle esperienze personali, delle informazioni e dei ricordi di una persona. 

Scrivere di se stessi significa entrare nella sfera dell’osservatore, allontanarsi di poco da noi stessi per poter osservare quali sono i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre azioni. Scrivendo di noi stessi siamo nello stesso tempo narratore e personaggio raccontato, ma con una buona dose di consapevolezza.

Occorre chiarire che la scrittura è una pratica come la meditazione, e la scrittura terapeutica viene usata sempre più spesso in ambiti di cura, perché praticarla induce cambiamenti a livello neurale, fisiologico, emotivo, e sociale. Dal XIX secolo la scrittura in quanto pratica con evidenze terapeutiche, iniziò a ricevere riconoscimenti dal campo della psicologia, in particolare Sigmund Freud e Carl Jung ne sottolinearono l’apporto nello sbloccare l’inconscio e indurre all’autoanalisi. A partire dal 1980 lo psicologo James W. Pennebaker condusse ricerche scientifiche che dimostrarono come la scrittura potesse avere benefici significativi sulla salute fisica e mentale.

Oggi, la scrittura autobiografica è utilizzata in diversi contesti, oltre all’ambito terapeutico in affiancamento ad una psicoterapia, si utilizza in campo sanitario con la medicina narrativa, nell’orientamento scolastico e lavorativo con la scrittura orientativa. Il racconto delle proprie emozioni incide sul comportamento e sul modo che ciascun individuo ha rispetto al modo di elaborare particolari emozioni o vissuti traumatici. La scrittura autobiografica ci permette una visione esterna: rivediamo la nostra vita da un punto di vista differente. Scrivendo di noi, rivedendoci, prendiamo consapevolezza di molti momenti e sensazioni che non ricordavamo o che ora ci appaiono sotto una luce differente.

La scrittura terapeutica dunque si sostanzia nell’atto dello scrivere, ossia “tracciare segni grafici rappresentanti convenzionalmente gli elementi di un certo sistema linguistico” (dizionario Sabatini Coletti), in modo consapevole come persona che ha preso coscienza di sé stesso o di una situazione e vuole scriverne. 

Uno studio del 2016 di Bryna René Haynes – editor, book strategist americana – sostiene che la maggior parte delle persone ha un vocabolario di “comfort zone” di circa 20.000 parole. Pare che le prime 25 parole del nostro vocabolario attivo siano utilizzate nel 33% della nostra scrittura quotidiana e le prime 1.000 parole siano usate nell’89%. Ci sono parole che sono nostre, che usiamo di solito, che sono entrate nella nostra espressività e che ci rendono riconoscibili, oppure pensiamo ai tormentoni di qualche personaggio, ad esempio un comico, che diventano un brand personale. Ci sono poi parole collettive, entrate nell’uso comune, come: “Ho un dubbio amletico!” . 

La scrittura consapevole può aiutarci ad uscire dalla nostra comfort zone delle parole, perché ci spinge a cercare parole che possano esprimere la nostra sensibilità, l’intimità di quello che vogliamo comunicare, sia pure a noi stessi. Un esempio lampante è l’utilizzo del verbo “fare” in lingua italiana che sostituisce una grande varietà di altri verbi con sfumature più precise; come “fare una passeggiata” con “passeggiare”. 

Ci sono delle strategie per imparare ad usare le parole giuste qualora ci si senta bloccati:

  1. Individuiamo le nostre parole confort. Se indichiamo sempre un vestito come “grintoso” forse dovremmo lavorare sul trovare dei sinonimi. O se iniziamo sempre molte frasi con “per quanto mi riguarda”, possiamo modificare quello di cui diventiamo consapevoli.
  2. Fare una lista delle parole che usiamo di più: scopriamo il modo in cui processiamo le informazioni.
  3. Leggere generi letterari diversi da quelli letti solitamente: indubbiamente il nostro lessico verrà arricchito.
  4. Usare un dizionario dei sinonimi oppure un Thesaurus, cioè la raccolta del lessico dei termini relativi a un ambito generale o specifico di conoscenze, collegati tra loro in una rete gerarchica e relazionale.
  5. Scoprire una parola nuova al giorno: aprire il dizionario a caso, scegliere una parola e utilizzarla durante il giorno per radicarla nella memoria. Più parole utilizzeremo e più allargheremo il nostro vocabolario.


Quando conversiamo possiamo spiegare quello che intendiamo con l’aiuto della mimica, della gestualità, possiamo ricercare parole nel corso della conversazione ma quando scriviamo dobbiamo cercare il termine giusto, la parola perfetta – 
mot juste- di Flaubert, così da dare a chi legge il meglio di noi stessi.


L’importanza di narrare la propria storia

Mi sono dedicata alla scrittura autobiografica studiando con Sonia Scarpante, che ha registrato il proprio metodo, e leggendo le opere del professor Duccio Demetrio (pedagogista, filosofo e accademico) per scrivere la mia storia. Perché?

Perché la scrittura autobiografica mi ha permesso, in un periodo incerto della mia vita, una visione esterna, ho potuto osservare la mia vita da un punto di vista differente. Nei corsi di scrittura “consapevole” alcune persone all’inizio oppongono resistenza, ma se ci si lascia andare c’è l’opportunità di rivivere il passato attraverso il ricordo. La definizione del dizionario Oxford ci dice che “il ricordo è l’impronta di una singola vicenda o esperienza o di un complesso di esperienze del passato, conservata nella coscienza e rievocata alla mente dalla memoria, con più o meno intensa partecipazione affettiva”. Scriverne scegliendo le parole giuste, e seguendo le indicazioni del formatore, aiuta a regolarne la partecipazione affettiva, soprattutto se la lettura dello scritto avviene in gruppo.


La scrittura consapevole è terapeutica

La scrittura consapevole è senza dubbio una scrittura terapeutica: serve a fare delle parole la valvola di sfogo di un disagio, per alleggerire un dolore.  

Pensiamo alla pratica della medicina narrativa, termine coniato da Rita Charon, a quanto la storia del paziente (scritta o raccolta da altri) possa gettare luce non solo sul rapporto medico paziente ma anche sull’approccio alla malattia, riconoscendone spesso l’origine, il fattore scatenante. 


Come si pratica la scrittura consapevole

A volte non percepiamo particolari stati d’animo ma dedicarsi alla scrittura consapevole può sempre essere utile per fare chiarezza su noi stessi.

  • Prendiamoci del tempo prezioso per noi stessi: trova un tuo spazio in cui isolarti, in un momento in cui sai che nessuno ti disturberà.
  • Se vuoi ascolta della buona musica prima di iniziare a scrivere ma se senti che ti fa stare bene tienila come sottofondo anche durante la scrittura.
  • Rilassati e vedi che cosa emerge: inizia a scrivere quello che senti, liberamente.
  • Fai precedere la scrittura da un momento di pensiero libero, dove, ad occhi chiusi, osservi i pensieri passare nella mente.
  •  Ci sono delle domande prima di iniziare, interrogativi che stanno a cuore?
  • Scrivi  anche di ciò che in un primo momento ti pare inspiegabile.
  • Scrivi dai 10 ai 20 minuti.
  • Lascia decantare la scrittura. La riprenderai dopo un paio d’ore o il giorno dopo addirittura. In questa fase di rilettura segna le parole, i verbi, le immagini che ti colpiscono, che hanno qualcosa da dirti. Può darsi che tu debba praticarla un paio di volte prima di arrivare a cogliere indizi importanti ma può anche darsi che emergano immediatamente.

 
 I principali benefici della scrittura terapeutica

I benefici sono davvero tanti ma possiamo citarne alcuni, i principali:

  • Costa poco: basta carta e penna! 
  • Aumenta la consapevolezza sul nostro vissuto.
  • Ci permette di arrivare al nostro inconscio. Lo psicoterapeuta torinese Nicolò Terminio, nel suo libro “Tradurre dal silenzio“, scrive: “L’inconscio contiene quelle ragioni che a nostra insaputa orientano la nostra vita, le nostre relazioni e le nostre ripetizioni”. La scrittura diventa terapeutica perché ci porta proprio in questa dimensione inconscia aprendo porte e lasciandoci guardare oltre.
  • Possiamo praticarla tutti senza particolari abilità legate alla lingua, alla conoscenza della grammatica.
  • Richiede semplicemente, oltre a carta e penna, un luogo tranquillo oppure no, per scrivere.

Personalmente consiglio in prima battuta la scrittura a mano, poi si può passare al pc..


Scrivere fa bene

Scrivere può essere la liberazione da un peso. Nel momento in cui riusciamo a trovare la parola giusta per esprimere una trama, un dolore, un disagio qualcosa indubbiamente cambia. Consiglio un testo molto interessante che passa in rassegna proprio le emozioni umane e le loro esplicazioni nella realtà, L’atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith. Tra l’altro, questo testo è molto interessante perché ci permette di conoscere anche emozioni di cui non abbiamo mai sentito parlare, tipiche di una certa epoca o di una determinata popolazione.


La scrittura terapeutica come abitudine quotidiana

La scrittura come pratica ci permette di stare con noi stessi e conoscerci meglio. Basta semplicemente anche solo una decina di minuti al giorno. Ci sono le scritture cosiddette di “fondamento”, che possono essere collocate al mattino, al risveglio: registriamo il sentire e descriviamo anche come intendiamo approcciarci alla giornata che ci attende, come agiremo in alcune situazioni, scegliamo delle parole che ci accompagneranno durante il giorno. Si può scegliere una parola che diventi la lente di ingrandimento degli accadimenti della giornata, per affrontarli secondo una visione diversa. Oppure possiamo dedicare alla scrittura dieci minuti serali, prima di dormire, le cosiddette scritture di resoconto, per fare un bilancio del giorno trascorso e porre le basi per quello che verrà.

Può capitare inizialmente di sentirsi bloccati a scrivere. Un trucco che suggerisco a chi non riesce proprio a scrivere è di registrare un messaggio vocale da inviare sotto forma di testo. Una volta ottenuto il testo lo si incolla su un documento e lo si revisiona. Può capitare anche che l’emozione sia troppo forte e non si riesca a narrarsi. Consiglio di creare un personaggio che interpreti la nostra parte: una sorta di alter ego letterario. Costruitevi con cura un personaggio che vi rappresenti come se dovesse recitare la vostra parte in una rappresentazione teatrale o in un film. Sentitevi liberi di dare a questo personaggio le caratteristiche che ritenete, magari anche aspetti che non sentite vostri ma che avreste voluto avere. E poi narrate la sua storia, i disagi, ciò che ha vissuto. Perché è utile? Perché questa trasposizione letteraria ci permette di non sentirci troppo al centro dell’attenzione di noi stessi; non solo, allevia il dolore perché è come se lo caricassimo sulle spalle di un’altra persona, come se non ci appartenesse più del tutto e questo è già un beneficio.

La scrittura terapeutica può aiutarci a identificare e dare un nome a quello che si prova, a riconoscere l’emozione e la sua possibile evoluzione. Ogni emozione scaturisce da un pensiero, che a sua volta è scaturito da nostre credenze e regole interne. Scrivendo di noi stessi possiamo scoprire quali sono le nostre regole e decidere consapevolmente se sono utili a vivere una vita piena e realizzata.



BIBLIOGRAFIA:

Duccio Demetrio “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé”, Raffaello Cortina Editore

Duccio Demetrio “Il gioco della vita”, Guerrini e Associati

Duccio Demetrio “La vita si cerca dentro di sé. Lessico autobiografico”, Mimesis

Duccio Demetrio “Scrivere di sé oltre la perdita. L’autobiografia della perdita e le sue implicazioni nella elaborazione del lutto”, PsicoArt – Rivista Di Arte E Psicologia

Bryna Rene Haynes “The Art of Inspiration”, Inspired Living Publishing

James W. Pennebaker- Joshua M. Smith “Il potere della scrittura”, tecniche nuove

James W. Pennebaker – John F. Evans “Expressive Writing. Words that Heal”, Idyll Arbor

Francesca Erica Poli “Le emozioni che curano”, Mondadori

Sonia Scarpante “La scrittura terapeutica”, ilmiolibroselfpublishing

Sonia Scarpante “PENSA, SCRIVI, VIVI”, TS-Terra Santa

Sonia Scarpante “Parole evolute. Esperienze e tecniche di scrittura terapeutica”, EDI Science

Tiffany Watt Smith “L’atlante delle emozioni umane”, UTET

Nicolò Terminio “Tradurre dal silenzio”, Mimesis

Annamaria Testa “Minuti scritti. 12 Esercizi di pensiero e scrittura”, Rizzoli Etas

 



 

 

Daniela Placenti

Dopo la laurea in Economia ha seguito un master in gestione delle risorse umane e da allora si è dedicata ad approfondire psicologia positiva, PNL, mindfulness e self-help, temi che tratta nella formazione degli adulti in presenza e online. È master practitioner in PNL e applicatore del metodo Feuerstein. Attualmente insegna e si occupa di progettazione della formazione e di scrittura terapeutica e consapevole, tra mindfulness e creatività.

E-mail: placenti.d@gmail.com

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