Certe volte tutto inizia in modo banale.
Una pizza, una chiacchierata senza pretese e una frase buttata lì tra un boccone e l’altro.
Qualche anno fa, un insegnante di meditazione, Donal Creddon, mi disse: “Hai l’esperienza e la stabilità che servono. Perché non organizzi dei ritiri?”.
Una frase semplice, quasi sussurrata sopra il rumore di fondo di una cena informale.
Eppure, quella sera, si è aperto un nuovo capitolo nella mia vita.
Donal non era un collega stretto, né un amico di lunga data.
Era uno di quei volti che incontravo una volta ogni tanto, per poi sparire per mesi.
Uno di quei “passanti” che popolano la nostra rete relazionale e che, ogni tanto, lasciano il segno più profondo dei compagni di viaggio abituali.
Granovetter, sociologo statunitense, lo aveva già capito nel 1973: le connessioni più potenti, quelle che ci portano opportunità o nuove prospettive, non arrivano sempre da chi conosce a memoria ogni parola che usiamo.
I famosi “legami deboli” – quelli che incontriamo saltuariamente – sono spesso i ponti verso mondi diversi, verso soluzioni e idee che nel nostro giro ristretto non circolano più.
Meccanismi simili possono caratterizzare anche le dinamiche organizzative.
Quante volte, infatti, sul lavoro, siamo prigionieri della routine e della nostra zona di comfort?
Le stesse riunioni con le stesse facce.
I brainstorming dove ci si finisce le frasi a vicenda.
La verità è che le reti chiuse fanno bene alla stabilità, ma male alla creatività.
Qui la mindfulness ci offre un’uscita di emergenza.
Non solo come pratica individuale per “stare nel qui e ora”, ma come atteggiamento relazionale per accorgerci di chi e cosa c’è intorno a noi e che, molto probabilmente, di solito ignoriamo.
Essere presenti significa anche vedere il collega che parla poco, l’idea che sembra fuori contesto, l’intuizione che arriva – molto più facilmente – da una chiacchierata davanti alla macchinetta del caffè.
Allenare una forma di mindfulness adatta alle organizzazioni, quindi, significa anche:
- creare spazi dove le contaminazioni accadono spontaneamente;
- interrompere il pilota automatico delle relazioni forti e consolidate;
- aprirsi a contributi che arrivano da angoli imprevisti.
Perché il punto non è solo essere efficienti, ma restare anche permeabili.
E quando un team si abitua a dare spazio all’inatteso, smette di girare a vuoto sugli stessi circuiti e comincia a vedere possibilità che prima non c’erano.
Granovetter ci ricorda che spesso l’intuizione che fa la differenza arriva da dove meno ce l’aspettiamo.
E la mindfulness ci allena a non farcela sfuggire.
Quindi le domande che trovo utile farsi nel contesto aziendale sono:
- oggi, nella tua organizzazione o nel tuo gruppo, dove stai lasciando che l’imprevisto trovi spazio?
- quando è stata l’ultima volta che hai ascoltato davvero “una voce fuori campo” nel tuo lavoro?
- come puoi creare occasioni perché l’inaspettato entri dalla porta principale, e non solo dalla finestra?
- cosa potresti scoprire se cominciassi a prestare attenzione proprio a chi o cosa di solito passa inosservato?
Perché – parliamoci chiaro – non sempre l’innovazione si presenta in giacca e cravatta.
A volte arriva con una pizza e una battuta inaspettata!

Tiziano Casonato
Mindfulness e Embodiment per creare cambiamenti concreti e sostenibili, capaci di affrontare le sfide di oggi. Come formatore e coach, amo innovare per rendere il cambiamento fresco e vivo con il mio progetto Mindfulness 360. Collaboro con Inner Sight per portare la mindfulness dove può fare davvero la differenza.
E-mail: tiziano.casonato@gmail.com





