Obiettivo “Istruzione di qualità per tutti”: dall’analisi dell’Istat a quella del Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea

L’estate scorsa l’Istat ha presentato la settima edizione del Rapporto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) adottati con l’Agenda 2030 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Al paragrafo dedicato all’Obiettivo 4 “ISTRUZIONE DI QUALITÀ PER TUTTI” – che valorizza l’educazione di qualità, equa e inclusiva, e la promozione di opportunità di apprendimento continuo per tutti – vengono riportati i dati (armonizzati a livello europeo) emersi dall’Indagine sulla formazione degli adulti (Adult Education Survey) – intesa come apprendimento formale, non formale e informale.

L’analisi dedicata agli adulti mostra un divario tra l’Italia e i principali Paesi Ue: “il tasso di partecipazione alle attività di formazione formali o non formali è inferiore di quasi 11 punti percentuali rispetto al valore medio europeo sia per i 25-64enni (35,7% contro il 46,6% dell’Ue 27) sia per i giovani 18-24enni (69,0% contro il 79,8%)[1].

Risulta essere in linea con la media europea (81,8%), invece, l’ambito dei corsi svolti dagli adulti italiani, che vi fanno ricorso prevalentemente nel quadro della propria attività lavorativa (“job-related”) nell’80,5% dei casi, scegliendo aree tematiche del tutto simili ai colleghi del resto d’Europa[2].

A quest’ultimo proposito, come posto in evidenza durante la XX edizione del Convegno Nazionale della Formazione nella P.A. (Genova, 16-18 maggio 2024), nell’attività della Funzione Pubblica degli ultimi venti anni si riscontra “una linea di continuità su temi come la semplificazione, digitalizzazione, efficienza, economicità, ma anche una forte discontinuità e carenza di strategie efficaci per il governo della formazione[3]. Un tema, quello della necessità di sviluppare nuovi e più incisivi metodi per la gestione della formazione, richiamato anche da Mario Draghi nel Rapporto richiestogli dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in vista della nomina dei nuovi commissari europei per il periodo 2025-2029 e contenente le sue raccomandazioni sul futuro del mercato interno dell’UE.

Sottolinea, infatti, il prof. Draghi, ad es., che “La carenza di competenze in Europa è dovuta al declino dei sistemi di istruzione e formazione che non riescono a preparare la forza lavoro ai cambiamenti tecnologici. … Le prestazioni insufficienti si estendono anche all’apprendimento degli adulti, ostacolando la possibilità di riqualificarsi per adattare il mercato del lavoro alle tecnologie avanzate.[4], laddove egli sottolinea anche come i 64 miliardi di euro investiti dall’UE per lo sviluppo delle competenze abbia prodotto risultati limitati.

Questa situazione – si legge nel Rapporto – sarebbe dovuta a diversi fattori. In primo luogo, alla mancanza di volontà da parte degli Stati membri – responsabili delle politiche in materia di competenze – di andare oltre le forme di coordinamento non vincolanti. In secondo luogo, all’insufficiente coinvolgimento dell’industria nello sviluppo di competenze specifiche per il lavoro.      Terzo     , al fatto che gli investimenti dell’UE in materia di competenze risentono della mancanza di valutazioni sistematiche, cosa che impedisce di capire se le strategie alternative siano state efficaci, oltre a non permettere di affinare gli interventi. In ultimo,     , l’impegno collettivo volto a migliorare le competenze sarebbe ostacolato da un sottoutilizzo della “skills intelligence“, ovvero informazioni affidabili, granulari e comparabili sul fabbisogno di competenze, su quelle esistenti e sui flussi auspicati all’interno degli Stati membri e tra di essi. Tutte informazioni essenziali per orientare le politiche e gli investimenti dell’UE in modo appropriato.

L’UE (e dunque l’Italia, ndr) – dovrebbe rivedere il suo approccio, rendendolo più strategico, orientato al futuro e focalizzato sulle carenze di competenze emergenti, coinvolgendo anche i datori di lavoro e le parti interessate. Inoltre, per migliorare l’efficienza e la scalabilità degli investimenti in competenze, l’erogazione dei fondi comunitari dovrebbe essere accompagnata da una più rigorosa rendicontabilità e valutazione dell’impatto, con un’attenzione particolare all’apprendimento degli adulti, fondamentale per aggiornare le competenze dei lavoratori nel corso della loro vita. E a questo proposito, la formazione professionale necessiterebbe, secondo il Rapporto Draghi, anche di un’ampia riforma in tutta l’UE: settori specifici (ad es., le catene del valore strategiche) o competenze specifiche (sia di base che manageriali) richiederanno interventi complementari mirati, al cui scopo viene proposto di lanciare un nuovo programma di acquisizione di competenze tecnologiche per attrarre talenti da Paesi terzi, da adottare in tutta l’UE grazie al cofinanziamento della Commissione e degli Stati membri.

[1] https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/04/Goal4.pdf

[2]circa un quarto dei corsi rientrano nell’ambito delle discipline economiche e giuridiche (anticorruzione, marketing, gestione del personale, aggiornamento fiscale, contabilità, ecc.) e circa un quinto nell’ambito dei servizi (sicurezza nei luoghi di lavoro, cura della persona, ristorazione, personal trainer, ecc.). Sanità e welfare (aggiornamento di medici e operatori sanitari) e informatica (aggiornamento software, sicurezza informatica, ecc.) coprono nel loro insieme circa un altro quarto dei corsi”, ib.

[3] Il Ministro Zangrillo al XX convegno PA, in AIF FOR – RIVISTA PER LA FORMAZIONE n. 1/2024, pg. 50.

[4] Draghi M., The future of European competitiveness, pg. 37 (Settembre 2024) 00_Rapporto-Draghi-parte-A.pdf

 



Luisa Santoro

Laurea in Lettere e Filosofia, formatrice iscritta all’AIF, da 25 anni si occupa di formazione e capacity building, anche a livello internazionale, in ambito aerospaziale, con pubblicazione di articoli per Aviation & Space Journal, Rete Nazionale dei CUG, International Astronautical Federation, AIF.

E-mail: luisasantoro@gmail.com

 

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