Oltre la lingua: la lezione che non mi aspettavo

Quando ho iniziato a insegnare Fashion Marketing a studenti universitari americani, ero convinta che la sfida principale sarebbe stata la lingua.

Preparavo le lezioni in inglese con attenzione e mi interrogavo su come rendere chiari concetti che avevo sempre spiegato nella mia lingua madre. Pensavo che la sfida sarebbe stata trovare le parole giuste.

Mi sbagliavo.

La vera sorpresa è arrivata dopo le prime lezioni. Terminata la spiegazione, proponevo alla classe una serie di domande per verificare la comprensione dei contenuti. Le risposte arrivavano puntuali. Corrette. Precise.

Eppure avevo la sensazione che mancasse qualcosa.

Gli studenti rispondevano alla domanda posta, ma raramente si spingevano oltre la domanda stessa. Difficilmente costruivano collegamenti spontanei. Era come se il loro obiettivo fosse individuare la risposta corretta, mentre il mio fosse stimolare una riflessione più ampia.

Per qualche tempo ho pensato che gli studenti non stessero entrando davvero in profondità nei contenuti. Poi ho capito che il problema non era ciò che gli studenti stavano facendo, ma il modo in cui io stavo leggendo quel comportamento.

Non stavo osservando un limite. Quella differenza mi stava costringendo a rimettere in discussione il mio modo di insegnare.

Dalla risposta corretta alla costruzione del significato

Riflettendo su quanto osservato, iniziai a interrogarmi sul significato di quella differenza.

Non la interpretai come una minore capacità critica. Mi sembrava piuttosto il riflesso di un diverso approccio all’apprendimento, nel quale avere indicazioni chiare, comprendere ciò che veniva richiesto e fornire la risposta corretta assumevano un ruolo centrale. Di fronte a domande più aperte, era frequente che gli studenti chiedessero ulteriori chiarimenti prima di esporsi con una risposta personale.

Fu allora che iniziai a chiedermi se stessi verificando la conoscenza di un concetto o la costruzione del suo significato. Mi resi conto che si può rispondere correttamente a una domanda senza aver ancora integrato davvero quella conoscenza nel proprio modo di interpretare la realtà.

Il significato nasce quando ciò che si apprende viene collegato alla propria esperienza, messo in relazione con altri concetti e riconosciuto come utile anche in contesti diversi.

Uscire dall’aula

Da quella domanda è nato un esperimento.

Invece di partire dalla teoria per arrivare alla pratica, ho scelto di fare il percorso inverso.

Ho assegnato agli studenti attività di osservazione sul campo legate al Fashion Marketing. Li ho invitati a visitare negozi, department store, boutique e altri contesti significativi. Non ho fornito loro definizioni teoriche da memorizzare.

Ho chiesto invece di osservare.

Osservare i comportamenti dei clienti.

Osservare le differenze tra insegne, assortimenti, visual merchandising e target di riferimento.

Ho assegnato loro un progetto, alcune linee guida e una serie di domande aperte.

Il resto dovevano scoprirlo da soli.

Quando siamo tornati in aula è accaduto qualcosa di interessante.

Gli studenti avevano raccolto osservazioni e formulato ipotesi. Avevano vissuto un’esperienza concreta, ma non avevano ancora gli strumenti per organizzarla in un quadro interpretativo.

È stato in quel momento che ho capito che il mio ruolo non era dare subito le risposte, ma aiutare gli studenti a costruire una chiave di lettura per interpretare ciò che avevano già osservato.

La teoria non è arrivata per anticipare l’esperienza, ma per darle significato. Abbiamo ripercorso insieme ciò che avevano osservato, costruito collegamenti e dato un nome ai fenomeni che avevano già incontrato sul campo.

Concetti come segmentazione, posizionamento, customer experience e identità di marca non erano più definizioni da memorizzare. Diventavano categorie interpretative attraverso cui comprendere un’esperienza già vissuta.

È in quel passaggio — dall’osservazione alla riflessione guidata — che ho visto nascere il vero apprendimento.

La lezione di Socrate

Ripensando a questa esperienza, mi sono resa conto di essermi avvicinata, forse inconsapevolmente, a un vero approccio maieutico.

Socrate sosteneva che il compito del maestro non fosse trasmettere conoscenze, ma aiutare l’interlocutore a far emergere ciò che era già in grado di comprendere.

Naturalmente il contesto universitario contemporaneo è molto diverso dall’agorà ateniese. Eppure il principio conserva una sorprendente attualità.

L’apprendimento diventa più profondo quando lo studente non riceve semplicemente una risposta, ma partecipa alla costruzione del significato.

In questo senso, il ruolo del docente non è soltanto quello di spiegare. È quello di creare le condizioni perché la conoscenza possa essere scoperta, discussa e interiorizzata.

Che cosa mi ha insegnato questa esperienza

Lavorare in un contesto interculturale mi ha insegnato che la lingua è spesso l’aspetto più visibile della differenza, ma non necessariamente il più importante. Dietro la lingua esistono aspettative, abitudini e modi differenti di rapportarsi all’apprendimento, che influenzano anche il modo in cui uno studente partecipa alla vita d’aula.

Ho imparato che ciò che un docente può interpretare come scarsa iniziativa o limitata capacità critica può essere, in realtà, il risultato di un diverso percorso educativo. Ho capito anche che il pensiero critico difficilmente nasce da una spiegazione: prende forma quando le persone hanno l’opportunità di osservare, formulare ipotesi, confrontarle e attribuire significato a ciò che hanno vissuto. Il compito del docente è creare le condizioni perché questo possa accadere.

Ripensando a quell’esperienza, credo che il cambiamento più importante non abbia riguardato gli studenti. Abbia riguardato me, e il mio modo di concepire l’apprendimento.

 

Stefania Miraglia

Consulente aziendale, formatrice e business coach. Ha maturato una lunga esperienza in ruoli di direzione commerciale e marketing in aziende dei settori moda, lusso e design. Oggi accompagna imprese e management team nei percorsi di sviluppo e cambiamento, integrando attività di consulenza, formazione e coaching. 

E-mail: stefania.miraglia@gmail.com

 

 

 

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