Alcune delle riflessioni riportate nell’articolo sono state esposte dall’autrice nell’ambito del Convegno Nazionale dal titolo “Il dolore in-utile” promosso dalla Onlus “Moby Dick”[1] che si è svolto a Roma presso il CNR dal 3 al 4 aprile 2025[2].
“Vedi bambina, non ti servirà a niente sapere che da qualche parte c’è la luce,
se non sei disposta ad attraversare il buio per raggiungerla”.
Formare nelle relazioni di cura, significa – fra l’altro – non solo fornire strumenti di cambiamento, ma aiutare gli operatori a farsi strumento di cambiamento nella relazione di cura e questo implica accettare di attraversare la propria zona d’ombra, riconoscendo le proprie fragilità, guardando in faccia le proprie vulnerabilità e entrando nel proprio dolore. Sì, il dolore: se non si entra in contatto con questo, tutte le volte che il comportamento, la storia o semplicemente il gesto di qualcuno ce lo fa risuonare dentro, rischiamo di affogare in esso e vanificare l’azione di cura.
Ciascuno di noi dovrebbe prendere confidenza con il proprio dolore, non perché se ne possa modificare la causa, ma perché si può (si deve) dargli un senso.
Io stessa, nel mio lavoro, che poi è gran parte della mia vita, ho toccato il mio e l’altrui dolore, sperimentando frustrazione, impotenza, rabbia, indignazione. E tutte le volte che al mio o a quello altrui sono riuscita a dare un senso, quel dolore mi ha fatto meno male.
Ma c’è un dolore che non sono mai riuscita a curare del tutto, ed è il dolore inutile. Si obietterà che forse nessun dolore è utile, eppure sappiamo che c’è un dolore che ci salva dal pericolo, uno che ci fa comprendere se e quando stiamo male, uno che è dato da un indirizzo educativo, familiare o scolastico per rinforzare e creare identità e appartenenza…
Ma per lo più, il dolore è inutile. Lo è quello delle istituzioni, quando non riconoscono l’esercizio dei diritti di ciascuno, quello dei bambini che non si possono sottrarre alla violenza familiare, quello dei ragazzi che sono oggetto di bullismo, quello dei tempi della giustizia che non sono i tempi delle vittime, quello delle guerre, dell’abbandono, della solitudine…
Porterò qui, fra queste righe, su queste pagine, alcuni dei bambini e degli adulti, solo alcuni, che ho incontrato lungo il sentiero della mia vita perché, se è giusto osservare i fenomeni e provare a comprenderli usando numeri e statistiche, lo è ancora di più farlo chiamando per nome le persone, inserendole nella loro storia, guardando nello zaino che ciascuno porta sulle proprie spalle per comprendere prima di giudicare, per accogliere prima di scartare.
“Li avevo guardati una volta: una catasta di oggetti smarriti, aggrovigliati fra loro come se, il solo contatto, potesse in qualche modo dare loro ancora l’idea di una appartenenza. Così eravamo noi: cataste di oggetti smarriti, con un cartellino al polso: luogo e data dell’abbandono e fine. E attesa che qualcuno tornasse a prenderci e ci riconoscesse”.
Pareti spesse, finestre alte, grate arrugginite. Oltre il vetro impolverato, quel che resta di un giardino che un tempo era stato bello. C’è una grande sala, e dei lettini di ferro, in fila, uno accanto all’altro. E coperte di lana rappresa di un colore beige sbiadito. Dal tetto pende un neon che oscilla pigro e insensibile sui sogni svaniti. Amelia è nata in una città dal nome impronunciabile, in Bulgaria. E ’bella nei suoi sei anni di capelli biondi e mossi, con occhi scuri come due castagne. La scelgono tre volte: la prima volta è una famiglia del suo stesso paese. Lo stato darà un sussidio per il suo mantenimento. Ma c’è un giovane zio che vive in quella casa in campagna, fra pecore e galline e lei è così bella che dormirci insieme e toccarla è inevitabile. Lei piange in silenzio quando l’assistente sociale torna per perfezionare l’affido. Dice solo che vuole tornare all’orfanotrofio e le mostra un livido sulla coscia. Quella donna la porta con sé. La seconda volta ha sette anni, va a scuola. Una maestra la guarda con gli occhi buoni e chiede di tenerla. E lei va, e il cuore è leggero. Ma la maestra si ammala e muore dopo un po’. Amelia se la prende con quella salma distesa sul letto, pugni e sputi, la sua rabbia contro l’unica che sembrava potesse volerle bene e ora l’abbandona, senza pensare a lei. Il ritorno nell’orfanotrofio le procura dolore ma anche uno strano senso di appartenenza. La terza volta vengono a prenderla da lontano, molto. E parlano una lingua sconosciuta. Non si fida più, ha paura. Ma con pazienza loro aspettano che lei impari i loro nomi. Oggi ha compiuto 18 anni. Da tempo incontra questa dottoressa che versa balsamo sulle sue ferite. Amelia sorride e chiede: non mi abbandoni, vero?
“Si muove con circospezione, impaziente irrequietezza. Non può distrarsi, se lo fa, tornano i pirati. È un capitano che non può dormire. Ha negli occhi le lampade di tutti i fari dell’isola.”
Giosuè ha sette anni. Ha visto il padre che picchiava la madre e la sorella da sempre, fino a farle sanguinare. Ha la forma del viso allungata e gli occhi spalancati e furbi, una passione per le penne. Ogni volta che viene da me, deve portarsene via un paio. Le chiede, non le ruba. Prima le prova, su ritagli di carta, con scarabocchi arrabbiati, mentre si muove continuamente sulla sedia, come se ci fossero degli spilli che gli impediscono di trovare una posizione comoda. “Se lo vedo, io l’ammazzo, gli dico: così si fa alla mamma? Così si fa a mia sorella? e lo prendo a pugni così impara e non lo faccio mangiare più.” E costruisce spade di cartone che nasconde sotto il cuscino.
“Le parole, a ripeterle sempre, non le ascolta più nessuno. Diventano rumori di fondo, come certi treni che non li senti più passare di notte, neanche quando tremano i vetri delle finestre. O come quando cadi in acqua con i vestiti addosso. Dopo un po’, non senti più che i vestiti sono bagnati, l’acqua non la senti più, non senti più niente. Ti ci abitui e ogni volta ti calpesti un po’ di più, e pensi che non meriti altro che questo”.
Teresa ha 15 anni di silenzi, dati in risposta agli insulti e all’indifferenza. Non vale niente, sono tutti migliori di lei. Glielo ha ripetuto così tante volte sua madre, che lei non può più dubitarne. È una figlia sbagliata, la delusione di una vita, il fallimento. I figli degli altri sì che danno soddisfazioni. E allora, forse è questo, solo questo, quello che sa fare: intaglia la sua pelle come se fosse legno di sandalo, profumato e dolce, profondamente, e il sangue è vermiglio che scorre e disegna il suo niente. Ha imparato lentamente, provando con diverse piccole lame sulle cosce, le gambe, le braccia, il ventre. Sarà perfetta quando troverà la forza di spingere di più la lama, fino a quando insieme al sangue verrà fuori il suo dolore.
“Non me ne importava nulla di essere diversa, unica e irripetibile. Io volevo essere banale, invisibile., un’ombra fra mille altre, inafferrabile, mutevole, morta quando scende la notte”.
E invece Chantal si vede: è una ragazzina dal corpo ingombrante e dal nome stonato, come un vestito di tre taglie più stretto. Un ragazzo, il più corteggiato della scuola, le ha mandato un messaggio, le ha fatto credere di essere interessato a lei e lei, emozionata e grata, è andata all’appuntamento. Le chiede una prova d’amore (ma così subito, ora? Certo!) video di circostanza che viene diffuso su tutte chat. Era una scommessa, e lui l’aveva vinta. Nel giro di un’ora, tutti sanno e vedono, anche suo fratello che l’aspetta in casa e le molla il ceffone più forte che lei avesse mai sentito bruciare addosso. Denuncia, allontanamento al nord. In attesa che tutti dimentichino. E forse tutti dimenticheranno, ma lei no.
“Fontane secche, asciutte di pietre raggrinzite. Polvere rossa che non disseta, illude e graffia la gola. E le strade, non tracciabili sulla sabbia del deserto, erano rotte di frusta e di marchio a fuoco sulla mia schiena in fuga verso la dignità”.
Abubakar è nero e solo. Ha attraversato più di mezzo continente africano, dopo che la sua casa è stata incendiata nella guerra civile, e lui solo si è salvato, per rischiare di morire ad ogni passo, di fame, di sete, di botte e di mare lungo una strada senza traguardo. Non conosce la lingua, ma impara presto: “io ci torno al villaggio, devo fare i riti dei sacrifici per la mia famiglia. E sarò un dottore, come voleva mio padre”. Le sue cicatrici sono l’abbecedario impresso a sangue, del suo dolore e di quello di tanti altri come lui, fuggiti per riprendersi la vita, oltre la morte certa.
“Aveva appreso un giorno, per caso, che c’erano persone che riuscivano a “sentire” l’acqua, a trovarla, anche quando non ve n’era traccia in superficie. Aspettava qualcuno così, che senza vedere, riuscisse ancora a trovare sangue scorrere nelle sue vene”.
Ornella aveva smesso di sentire il suo sangue, quando a 5 anni suo padre l’aveva ferita, in mezzo alle gambe. Lei non capì subito, solo il dolore le era arrivato come un dardo a squarciarla. Ma era un gioco, era il segreto con papà che l’amava più di quanto amasse chiunque altro (non era forse amore?), e la sera, mentre tutti dormivano, andava nel suo letto. E al mattino le portava un nuovo gioco. E così diventò grande e il sangue le si fermò. Come certi animali che si fingono morti per non soffrire, Ornella moriva ogni giorno. E poi, finalmente, capì quando disse no e lui invece la costrinse. Se mi ami, non mi costringi, non mi fai male. Bisogna imparare a scappare, ad allontanarsi senza voltarsi indietro. Si può rompere il segreto se il segreto ha rotto te, frantumandoti l’anima. Seguirono paura, denunce, comunità, nuove città e una interminabile fila di dottori, specialisti, poliziotti e giudici e la scomunica da parte di tutta la famiglia. E una insaziabile fame d’amore che si nutre degli scarti dell’orrore degli altri, e un marchio infame sulla pelle che resiste ad ogni sapone e una sola medaglia sul petto, che si chiama vergogna.
“E qual è il peso di ciò che non è mai accaduto? Se sono state terribili le cose che hanno segnato la mia vita, dimmi, sono forse state meno terribili quelle che mi sono mancate? Chi mi darà il conforto che mi è stato negato, chi mi restituirà la bellezza che non ho ammirato e la certezza, salvifica, di essere amata?”
Bruno lo scoprì tardi. Quando si affacciò dentro la voragine che si era aperta dentro di lui, sentì tutto il peso del vuoto. La mancanza pesava come la presenza. Era un macigno di senza e di mai, rotolato dalla cima di una montagna di bugie. Certe persone mentono, ingannano con parole bugiarde e mentre lo fanno, si mettono la mano sul petto e fanno profondi sospiri. E così le menzogne diventano vere e tu ci credi, perché crederci ti serve, come a un naufrago serve una scialuppa. E che importa se quando salirai a bordo, ti faranno prigioniero. Bisogna essere vivi per essere liberi. Troverò mai quello che mi è stato negato?
“Avrei voluto raccoglierlo tutto quel tempo perduto, quel tempo di non vita tra puntiformi attimi di pienezza. Ne avrei fatto sabbia da far scorrere lentamente in una clessidra da capovolgere, all’infinito, ad ogni ricominciamento.”
Quando ami, abbassi tutte le difese, e ti mostri nuda, senza altro abito che il tuo amore. E offri le tue vulnerabilità a chi ami, senza tenere nulla per te, perché, se così non fosse, che amore sarebbe? Lucrezia lo comprese quando si scoprì scorticata, graffiata fino alle ossa, senza più pelle a difendere il poco che le era rimasto. Perché, quando lui andò via, tutto ciò che di lei avrebbe dovuto custodire, lo diede in pasto ai lupi. E il dono della propria fragilità divenne pugnale che la trafiggeva. Ricominciare, questo avrebbe dovuto fare, ricominciare dalle macerie, raccattando brandelli di vita da rimettersi addosso.
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La formazione è arte sublime
Se è basilare guardare i contenuti, i metodi, le strategie, i contesti, le dinamiche, non è meno importante, qualunque sia il campo in cui siamo chiamati a formare, osservare noi stessi per comprendere le nostre fragilità, le nostre potenzialità, perché queste trovino posto e senso nella relazione formativa e/o educativa, perché questa sia efficace, autentica e “trasformativa”.
Quando incontriamo gli altri in ambiti relazionali, qualunque sia il contesto nel quale ci muoviamo, noi ne incrociamo la vita lasciando impronte, costruendo memoria. E l’incontro è conoscenza che non invade, accoglienza che non giudica, accompagnamento che non sradica.
In questo percorso, ci capita dunque di imbatterci in dolori che dovremmo trattare come vorremmo che fossero trattati i nostri, con tenerezza e, soprattutto, dovremmo imparare a non amplificarli, a non perpetrarli, a non indugiare in essi.
La formazione è un processo che apre alla speranza, alla possibilità. È un attraversamento che graffia con spine, ma permette ai fiori di schiudersi al sole.
“E se non ci fossi stata tu ad ascoltarmi, a scrivere di me, a cantarmi, chi avrebbe saputo della mia vita, a chi sarebbe servito questo mio inutile dolore?”
Bibliografia
Malacrea M. Trauma e riparazione m Raffaello Cortina ed. 2021
Maraini D. La lunga vita di Marianna Ucria, Rizzoli 1990
Miller A. La persecuzione del bambino, le radici della violenza, Bollati Boringhieri 1987
Miller A. Il bambino inascoltato Bollati Boringhieri 1981
[1] https://www.moby-dick.info/
[2] chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.fedcp.org/images/file/1900/programmacnr25.pdf

Maria Lisma
Psicologa e psicoterapeuta. Dal 1989 dipendente del Servizio Sanitario Nazionale. Attualmente responsabile della Unità di Neuropsichiatria Infantile di Mazara del Vallo – ASP 9 Trapani, già con incarico di alta specializzazione in “Psicoterapia dei minori vittime d’abuso e di maltrattamento”. Docente presso numerosi corsi di formazione per operatori del terzo settore, insegnanti, operatori delle forze dell’ordine e della giustizia.
E-mail: maria.lisma@libero.it





