La società della performance e l’illusione del successo
Nel mondo contemporaneo, il tempo sembra sfuggire sempre più rapidamente, trasformandosi in una risorsa rara e preziosa (Crary, 2015; Demichelis, 2018). L’accelerazione tecnologica ha portato a una società iperattiva in cui la prestazione è divenuta il parametro fondamentale per la valutazione di ogni individuo (Rosa, 2015).
L’ossessione per la performance, come sottolineato da Han (2012), si traduce in una corsa senza fine verso l’auto-miglioramento e l’efficienza, con il costante timore di non essere all’altezza. Ogni azione deve essere misurabile, quantificabile e riconosciuta socialmente, creando un ambiente in cui l’ansia da prestazione diventa la norma (Colamedici, Gancitano, 2018).
In questa logica, non esiste più una distinzione netta tra lavoro e vita privata: tutto diventa performance. Anche il tempo libero viene riempito di attività finalizzate a migliorare il proprio status, visibile e valutabile attraverso i social media o nei dialoghi con la propria rete sociale. L’individuo si sente costantemente sotto pressione, oscillando tra momenti di esaltazione per i successi ottenuti e periodi di profonda frustrazione per il timore di non essere abbastanza performante (Bauman, 1999).
Performaholism: la dipendenza da performance
In questo contesto emerge una nuova forma di dipendenza che definisco performaholism, ovvero la compulsione a cercare costantemente il successo attraverso la performance. Questa condizione, che può essere paragonata alle dipendenze comportamentali come il workaholism, porta l’individuo a sacrificare il benessere psicofisico in nome della produttività. Approfondisco queste tematiche nel mio ultimo libro “Io, performer. Siamo dipendenti da performance?”, edito da Guerini e Associati.
Il performaholic vive in uno stato di perenne competizione, sia con gli altri che con sé stesso. La sua identità si costruisce attorno ai risultati ottenuti, rendendolo vulnerabile all’ansia, allo stress cronico e al burnout. La dipendenza da performance si manifesta con sintomi quali insonnia, stanchezza costante, irritabilità, difficoltà di concentrazione e una ridotta capacità di provare piacere nelle attività non legate alla produttività (Chicchi, Simone, 2017).
La tecnologia gioca un ruolo centrale nel rafforzare questa dipendenza. La continua connessione digitale spinge le persone a monitorare e migliorare le proprie prestazioni, alimentando un ciclo di insoddisfazione e dipendenza da feedback positivi (Cantelmi et al., 2000). I social media, con i loro algoritmi basati sull’engagement, amplificano questo fenomeno, incentivando l’autopromozione e la ricerca ossessiva di approvazione (Zuboff, 2019).
Le conseguenze psicofisiche della dipendenza da performance
Il performaholism ha effetti devastanti sulla salute mentale e fisica. La costante esposizione a ritmi frenetici e alla valutazione continua porta a un aumento dei disturbi d’ansia e della depressione (Lewchuk, 2017; Kalleberg, 2018). Studi recenti evidenziano come il burnout stia diventando una patologia diffusa, colpendo un numero sempre maggiore di persone, indipendentemente dal settore lavorativo (OMS, 2018, 2022).
Gli individui affetti da disturbi da stress manifestano una ridotta qualità del sonno, problemi gastrointestinali e una maggiore vulnerabilità alle malattie cardiovascolari (Balducci, Fraccaroli, 2022). Inoltre, il senso di inadeguatezza costante può portare a fenomeni di auto-sabotaggio, procrastinazione e, nei casi più gravi, a stati di esaurimento psicofisico tali da compromettere la capacità lavorativa e relazionale (Burdorf, 2015; Shoss, 2017).
Il ruolo della formazione nella prevenzione e gestione del performaholism
Di fronte a questa nuova forma di dipendenza, la formazione assume un ruolo cruciale sia nella prevenzione che nella gestione del problema. L’educazione al benessere psicologico, la consapevolezza dei meccanismi che alimentano la dipendenza da performance e lo sviluppo di strategie per una gestione equilibrata del tempo sono elementi fondamentali per contrastare questo fenomeno.
a. Educazione alla consapevolezza e alla gestione del tempo
I percorsi formativi dovrebbero includere moduli dedicati alla gestione del tempo e ad un adeguato equilibrio tra prestazioni e riposo, insegnando a distinguere tra ciò che è realmente importante e ciò che è solo il frutto di un’ossessione performativa. Tecniche di mindfulness e gestione dello stress possono aiutare le persone a recuperare un rapporto più sano con il proprio tempo e con le proprie aspettative (Kabat-Zinn, 2003).
b. Sviluppo di competenze relazionali e di socializzazione
Un altro aspetto fondamentale è la promozione delle competenze relazionali e di socializzazione. La dipendenza da performance spesso porta a un’iper-individualizzazione, con conseguente isolamento sociale. Favorire ambienti di apprendimento collaborativi e incentivare il lavoro di squadra può aiutare le persone a ridurre il senso di competizione esasperata e a sviluppare un approccio più equilibrato al successo (Dweck, 2006).
c. Riflessione critica sull’uso della tecnologia
La formazione dovrebbe anche fornire strumenti critici per comprendere il ruolo della tecnologia nella costruzione della propria identità e autostima. Sensibilizzare le persone sull’influenza degli algoritmi e sull’importanza di un uso consapevole dei social media può contribuire a ridurre la dipendenza da feedback esterni e a sviluppare una maggiore autonomia emotiva (Turkle, 2015).
d. Promozione di una cultura del benessere e del diritto al riposo
Infine, è fondamentale promuovere una cultura del benessere che valorizzi il diritto al riposo e alla disconnessione. Gli enti di formazione e le organizzazioni dovrebbero adottare politiche che incentivino il work-life balance, come il diritto alla disconnessione digitale e la riduzione della cultura del superlavoro (Tria, 2018).
Conclusioni
La società della performance ha reso la produttività un valore assoluto, portando molte persone a sviluppare una vera e propria dipendenza dalla performance. Il performaholism rappresenta una minaccia concreta per il benessere psicofisico degli individui, ma attraverso la formazione è possibile prevenire e gestire questo fenomeno. Formare alla consapevolezza, alla gestione del tempo, alla promozione della salute e all’uso critico della tecnologia può aiutare a ristabilire un equilibrio tra prestazione e benessere, restituendo valore al tempo libero e alla qualità della vita.

Giacomo Prati
Psicologo, sociologo e formatore. Già presidente dell’Associazione Italiana Formatori in Emilia-Romagna, si dedica alla ricerca sui temi relativi al lavoro e alla salute mentale. Ha pubblicato Invisibili al lavoro. Gli operai del clic ai tempi della gig economy (2021) e Io, performer. Siamo dipendenti da performance? (2024), editi da Guerini e Associati.
E-mail: pratiformativi@gmail.com





