Scuola di seduzione: quando chi facilita l’apprendimento impara da chi partecipa

 

Da questo mese comincia la mia collaborazione con AIF Learning News, nella rubrica Cinema per la formazione. Ogni mese racconterò un film attraverso una lente formativa, alla ricerca di idee, spunti e riflessioni utili per chi si occupa di apprendimento e crescita delle persone.

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Si parte con Scuola di seduzione, l’ultimo film di Carlo Verdone, disponibile su Paramount+. Una commedia che è anche un laboratorio umano, un setting formativo travestito da film, con diversi spunti sui temi della comunicazione, delle relazioni e del cambiamento.

Guardandolo, ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa che conosco bene: un gruppo in aula (in presenza o a distanza), una persona che facilita, una serie di resistenze, obiettivi e aspettative. E quella trasformazione sottile che accade quando le persone smettono di “imparare” e iniziano a scoprirsi.

Come spesso accade nei contesti formativi più autentici, non è solo il gruppo a cambiare. Cambia anche chi ha il compito di facilitare le attività.

 

La vita che accade mentre aspettiamo altro

“La vita è quello che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti” (John Lennon).

Questa citazione non è nel film. Ma mi è venuta in mente guardandolo. I personaggi arrivano al corso con un obiettivo dichiarato: acquisire abilità seduttive, recuperare una relazione, capire come funzionano gli altri.

In realtà stanno cercando altro. Sé stessi. E lo fanno aspettando che qualcosa accada dall’esterno, mentre il vero cambiamento è quello che avviene dentro di loro, attraverso sei lezioni.

 

Lezione 1 Chi sei?

Ogni percorso parte da qui. Sempre. Bruno (Lino Guanciale) si crede invisibile alle donne. Giuliana (Vittoria Puccini) vive nel silenzio di un matrimonio svuotato da quando il figlio è partito per l’università. Emanuele (Romano Reggiani) si nasconde nella timidezza. Gaia (Euridice Axen)       libraia, logorroica  riempie ogni spazio con le parole, ma non riesce a volersi bene. Clemente (Carlo Verdone) affronta il vuoto della pensione. Adele (Beatrice Arnera), infine, entra nel corso non per imparare, ma per smascherare la coach (Karla Sofía Gascón), che definisce “fuffa-guru”.

La prima regola della coach è apparentemente tecnica: mantenere il contatto visivo con le persone. In realtà è una dichiarazione di metodo. Guardare l’altro significa esporsi. Ma prima ancora significa accettare di essere visti.

E questo, per molti, è il primo vero ostacolo.

 

 

 

Lezione 2   Cosa vuoi?

La cena al buio è una delle intuizioni più potenti del film. Tolto l’aspetto fisico, restano voce, odore, presenza. Resta l’essenziale. Le persone iniziano a percepire l’altro senza filtri. E, di riflesso, iniziano a percepire sé stesse in modo diverso.

Nel lavoro formativo, questo è il momento in cui emergono le prime crepe nelle convinzioni. “Cosa voglio davvero?” è spesso una domanda molto più difficile di “di chi voglio avere l’attenzione?”.

 

Lezione 3 Fino a dove ti spingeresti?

La coach porta il gruppo a scalare una parete, per superare i propri limiti. “Prima che con il fisico, ci si arrampica con la testa”: è il messaggio centrale.

Ogni appiglio è una decisione. Ogni esitazione è un alibi, una storia che ci raccontiamo. E conoscere qualcuno       davvero richiede esattamente questo: andare oltre il punto in cui ci sentiamo al sicuro.

Non è più questione di quale tecnica relazionale usare. È questione di affrontare i propri limiti personali.

 

 

Lezione 4 Sei bravo a perdere?

Gli appuntamenti falliti dei diversi personaggi diventano tutti materiale didattico, su cui riflettere e imparare. La coach introduce un concetto chiave: il fallimento non è un errore del processo. È il processo stesso. “Senza fallimento non si potrebbe crescere, né cambiare”.

E poi accade qualcosa di importante, un vero cambio di paradigma nel film. Ortensia smette di essere coach e diventa essa stessa partecipante. Racconta la sua transizione, la perdita, il vuoto, la ricostruzione. Il trasferimento da Madrid a Roma. La necessità di reinventarsi. E di come, quando le persone hanno visto chi era diventata, si sia fatto il vuoto intorno a lei. “Per gli altri ero una fallita. Ma finalmente mi sentivo davvero io”.

Questo, in aula, a volte accade. Non sei più solo “la persona che facilita”. Sei parte del gruppo e del viaggio che le persone stanno facendo. E quando ti esponi, ti metti in gioco, fai parte del gruppo. E questo cambia tutto. E, ovviamente, cambi anche tu.

 

Lezione 5 Cosa vuoi fare da grande?

La coach organizza una crociera per single. Tre giorni, da sole e da soli, senza di lei. E una sola raccomandazione: “L’unico modo per imparare a nuotare è buttarsi”.

Qui il film concretizza tutto ciò che è stato costruito prima. Non c’è più teoria o protezione, per chi partecipa. Solo esperienza.

Nel lavoro con le persone, questo è il punto critico: il trasferimento. Il momento in cui ciò che hai compreso, imparato ed elaborato deve diventare comportamento. E l’esperienza, spesso, è l’elemento che permette di arrivarci.


 

 

Lezione 6  Che cos’è l’amore?

L’ultima parte del film mostra la scuola che chiude i battenti. Perché quest’ultimo gruppo ha avuto, per la coach, un significato importante: capire qualcosa in più sul proprio lavoro e, soprattutto, su sé stessa.

Una scelta narrativa interessante: il contenitore sparisce proprio quando il processo è compiuto. Ortensia torna a insegnare all’università e racconta i cambiamenti di chi ha partecipato al corso. Non necessariamente finali perfetti. Ma qualcosa di più realistico: piccoli o grandi cambiamenti, comunque importanti per la propria vita.

 

Il punto di vista di chi fa formazione

Guardando Scuola di seduzione, mi sono trovato più volte a osservare la coach Ortensia e a riconoscermi. Non tanto nelle tecniche applicate, quanto nelle dinamiche con il gruppo: ho riconosciuto la curiosità, le aspettative, il bisogno iniziale di “imparare qualcosa”. Ma anche la resistenza a mettersi davvero in gioco, il momento in cui qualcuno si espone e cambia l’energia dell’aula, il momento in cui chi fa formazione smette di avere tutte le risposte. E probabilmente, anche quando le ha, preferisce comunque non darle.

E soprattutto, quella sensazione precisa: stai accompagnando un gruppo in formazione, ma in realtà stai imparando insieme a loro. Per questo, anch’io nei miei corsi racconto sempre qualcosa di me. Non per mettermi al centro o riempire lo spazio, ma perché credo che chi facilita l’apprendimento faccia parte del gruppo, anche nelle vesti di chi apprende, non solo di chi insegna.

Ogni gruppo è diverso, perché diverse sono le persone che ne fanno parte. E ogni percorso mette in discussione anche chi lo guida. È lì che il nostro lavoro diventa autentico.

 

In sintesi

Scuola di seduzione, quindi, non parla davvero di seduzione. O almeno, questo è solo il pretesto. Parla di identità, coraggio, fallimento e trasformazione.

E lo fa mostrando una verità semplice, ma spesso trascurata: non esiste apprendimento senza esposizione. Non esiste cambiamento senza rischio.

E forse, alla fine, non esiste amore senza un atto di fede. Così come non esiste formazione senza cambiamento.

Stefano Cera

Stefano Cera è formatore e coach, specializzato in public speaking, presentation design e storytelling. Insegna in diversi master alla Rome Business School e affianca aziende e professioniste e professionisti nello sviluppo della comunicazione efficace.

E-mail: stefano.cera@icloud.com

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