Tecniche avanzate di storytelling nella formazione

Lo storytelling si è rivelato un alleato interessantissimo per chi forma e guida gruppi, come abbiamo già visto nell’articolo “Coinvolgere l’aula con lo storytelling”- base di partenza su cui poggia tutto ciò che approfondiremo ora, esplorando le tecniche avanzate per trasformare una lezione in un’esperienza memorabile. Vedremo come archetipi, conflitti, descrizioni sensoriali, dialoghi efficaci e strumenti multimediali possano fare la differenza.

Archetipi narrativi: gli eroi in aula

Gli archetipi sono figure universali che attraversano culture e tempi, parlano un linguaggio simbolico che riconosciamo anche senza accorgercene. Introdurli nelle narrazioni formative permette di creare storie più coinvolgenti e ricche di significato.

Ecco alcuni archetipi chiave, con esempi che probabilmente già conosci:

L’Eroe

Affronta l’impossibile per andare oltre. Frodo ne Il Signore degli Anelli è un eroe riluttante ma determinato: “anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro”.

Il Mentore

Guida, sostiene, poi lascia andare. Gandalf è il mentore per eccellenza: “tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare col tempo che ci viene dato”.

Il Guardiano della soglia

Simboleggia ostacoli, limiti, paure. Cerbero nella Divina Commedia custodisce la soglia dell’Inferno:

“Cerbero, fiera crudele e diversa, / con tre gole caninamente latra / sovra la gente che quivi è sommersa”.

(Inferno, Canto VI)

Il Messaggero

Porta la chiamata all’avventura. Hagrid lo è per Harry Potter: “sei un mago, Harry”.

Il Malvagio

Più che un “cattivo”, è la personificazione del conflitto. Voldemort ne è l’archetipo classico: “non esiste bene e male… solo potere e chi è troppo debole per usarlo”.

Il Giullare (o Trickster)

Rompe le regole, porta caos creativo. Loki nella mitologia nordica o Puck nel teatro elisabettiano: “Lord, what fools these mortals be!”

Questi personaggi archetipici parlano direttamente all’inconscio narrativo di chi ascolta: evocano riconoscimento, empatia, tensione. Usarli non significa scrivere un romanzo: anche una breve storia introduttiva a una lezione può avvalersi del loro impatto simbolico.

 

Il viaggio dell’eroe: struttura e profondità

Immagine tratta dal sito https://www.fabioscalini.com/monomito-e-tropi-guida/

 

Un buon racconto non è solo un insieme di eventi: ha una traiettoria. Joseph Campbell, antropologo e studioso di mitologia comparata, la chiamava “il monomito”, o percorso dell’eroe. È una struttura archetipica che si ritrova in moltissime storie, dai miti antichi ai film contemporanei.

Le tappe essenziali sono:

  • Chiamata all’avventura
    L’equilibrio iniziale si spezza. Un compito, una sfida, un’inquietudine costringono l’eroe a partire.
    Esempio: Frodo riceve l’Anello.

  • Rifiuto della chiamata
    Paura, dubbio, attaccamento alle certezze. L’eroe spesso esita.
    Harry Potter rifiuta l’idea di essere “il Prescelto”.

  • Incontro col mentore
    Una guida compare, offre strumenti o saggezza.
    Obi-Wan Kenobi affianca Luke Skywalker.

  • Attraversamento della soglia
    Si abbandona il mondo conosciuto.
    Neo prende la pillola rossa.

  • Prove, alleati e nemici
    L’eroe affronta difficoltà, trova alleanze, svela gli antagonisti.
    Katniss nei giochi.

  • Avvicinamento alla caverna profonda
    L’eroe si prepara al momento cruciale, spesso entrando in territori oscuri.
    Bilbo nella tana di Smaug.

  • Prova centrale
    Il confronto decisivo.
    Harry e Voldemort.

  • Ricompensa
    Non sempre è un oggetto: può essere consapevolezza, crescita, verità.
    Dorothy scopre che tutto ciò che cercava era già in lei.

  • Via del ritorno
    Si torna a casa, ma niente è più come prima.
    Frodo alla Contea.

  • Resurrezione finale
    Una nuova prova mette in gioco ciò che l’eroe ha imparato.
    Neo si sacrifica e rinasce.

  • Ritorno con l’elisir
    L’eroe porta alla comunità ciò che ha ottenuto: sapere, cura, giustizia, cambiamento.
    Simba alla Rupe dei Re.

Questa struttura non è rigida, ma utile come ossatura per le tue narrazioni formative. Puoi usarla in aula per raccontare un caso clinico, presentare un progetto, spiegare un processo complesso. Anche i tuoi studenti sono eroi in viaggio: sanno da dove partono, ma non ancora dove possono arrivare.

Raccontare con i sensi

Una storia che resta impressa non si limita a spiegare: fa vivere. Il coinvolgimento sensoriale è una delle tecniche più efficaci per immergere chi ascolta in un’esperienza. I dettagli sensoriali come suoni, odori, superfici e luce, attivano l’immaginazione e accendono il cervello in modo molto più ampio rispetto alle frasi generiche.

Quindi, invece di dire “era una giornata calda”, prova con “il sole colava sull’asfalto, che tremava come una lastra incandescente.”

Vedi la differenza? La seconda frase fa sentire il caldo, non lo racconta soltanto.

Nel contesto formativo, questa tecnica funziona non solo per rendere una lezione più interessante, ma anche per ancorare i concetti alla memoria emotiva. Le storie che coinvolgono i sensi si ricordano meglio perché toccano corde più profonde. Non serve esagerare: basta un’immagine ben costruita.

Perciò, quando vuoi spiegare un concetto complesso o presentare un contenuto astratto, crea una piccola scena sensoriale: i partecipanti non solo capiranno, ma sentiranno ciò che intendi.

Dialoghi che funzionano

I dialoghi sono uno degli strumenti più sottovalutati nello storytelling formativo. Spesso si cade in due trappole: o si evitano del tutto, oppure si usano in modo artificiale, come se i personaggi stessero leggendo un manuale a voce alta.

Un dialogo efficace lascia che siano le parole e i gesti a raccontare. Crea ritmo, svela conflitti, rivela intenzioni. E, soprattutto, avvicina chi ascolta alla realtà che stai raccontando.

Esempio di apertura tradizionale:

“Buongiorno ragazzi, oggi parleremo della leadership trasformazionale. È un tipo di leadership che valorizza i collaboratori e li aiuta a crescere attraverso il coinvolgimento e la motivazione.”

Esempio di apertura narrativa e partecipativa:

“Che ricordo avete di un capo che vi ha fatto crescere?” chiedo alla classe. Luca riflette un attimo. “Quando ho fatto un errore grave… Lui mi chiese cosa avevo imparato. E poi mi ha affidato un compito ancora più importante”.

Il secondo caso stimola identificazione, curiosità e immediatezza. E se il tuo pubblico si riconosce in un dialogo, è già dentro la storia.

Qualche consiglio pratico:

  • Lascia che i personaggi si interrompano, esitino, cambino idea.
  • Usa il dialogo per creare tensione o sorpresa.
  • Mantieni un tono coerente con il contesto: realistico, ma non banale.

Puoi inserire dialoghi nei tuoi racconti formativi, ma anche nei roleplay o nei casi studio. Basta poco per fare la differenza: una battuta ben scritta può accendere l’attenzione più di un’intera spiegazione.

Usa i media per evocare, non solo per spiegare

La narrazione non passa solo per le parole. In una formazione efficace, i contenuti visivi e sonori amplificano il messaggio, ne rafforzano l’impatto emotivo e ne facilitano la memorizzazione.

Ma attenzione: il multimediale è uno strumento narrativo, non una decorazione.

Un’immagine evocativa, un breve video ben scelto o una musica in sottofondo possono fare molto più di una lunga spiegazione. Ma devono essere funzionali alla storia che stai raccontando, e non sostituirla.

Per esempio, stai parlando del coraggio nei momenti di cambiamento? Un estratto da Coach Carter (quando l’allenatore decide di sospendere gli allenamenti nonostante le vittorie, per far rispettare le regole) mostra in pochi minuti cosa significa sacrificare l’approvazione per educare davvero.

Strumenti come Canva, Prezi o Powtoon ti aiutano a costruire presentazioni narrative e dinamiche. Ma anche solo una fotografia ben scelta o un silenzio accompagnato da una traccia sonora possono creare uno spazio di ascolto molto più potente di una slide piena di testo.

Il punto non è impressionare: è evocare immagini interiori che accompagnino e rafforzino ciò che vuoi far emergere.

Attiva chi ti ascolta

Lo storytelling più efficace non è un monologo, ma un processo partecipativo, un’energia che circola. Più gli studenti o i partecipanti si sentono parte della storia, più quella storia diventa loro.

Come farlo?

Racconti di gruppo

Dividi la classe in piccoli gruppi. Dai un tema (un dilemma etico, una situazione lavorativa, un evento storico) e chiedi di inventare una storia coerente, con personaggi, ostacoli e una conclusione. Alla fine, ogni gruppo restituisce all’aula. Ciò che emerge non è solo la storia, ma la varietà di prospettive.

Giochi di ruolo

Invita i partecipanti a “diventare” uno dei personaggi della storia — magari anche quello più scomodo o ambiguo. Interpretare l’antagonista, ad esempio, aiuta a capire la complessità dei conflitti, e allena empatia e pensiero critico.

Narrazione condivisa a più voci

Prova a costruire una storia “a catena”, dove ogni partecipante aggiunge un pezzo. Questa tecnica è utile per esplorare la co-costruzione del senso, e far emergere temi profondi in modo leggero.

Incorporare questi strumenti nel tuo setting formativo trasforma la classe in un laboratorio narrativo. I partecipanti non sono più spettatori ma co-autori. E quello che si costruisce insieme, difficilmente si dimentica.

Valutare l’impatto

Raccontare bene una storia in aula è solo l’inizio. Se vuoi che lo storytelling diventi una competenza integrata nella tua pratica formativa, devi allenare anche la capacità di ascoltare come viene ricevuto.

Come capire se una storia ha davvero funzionato?

Chiedi feedback mirati! Non limitarti a “vi è piaciuto?” ma vai più a fondo:

  • Quale parte ti ha colpito di più?
  • Hai rivisto te stesso o qualcuno che conosci nella storia?
  • Ti è rimasta in mente un’immagine, una frase, una scena?

Usa strumenti diversi con…

  • Sondaggi brevi e mirati (anche anonimi);
  • Riflessioni scritte individuali;
  • Discussioni in piccoli gruppi, dove si ricostruisce insieme la storia e il suo impatto.

… E accetta le “sorprese”

A volte ciò che ha colpito il gruppo non è quello che pensavi. Questo ti dice qualcosa di prezioso: la storia vive oltre chi la racconta. Ed è proprio lì che accade la trasformazione.

Integrare la valutazione narrativa nel tuo metodo non serve solo a “misurare” qualcosa. Serve a far emergere significati, e a migliorare il tuo modo di raccontare, adattandolo ogni volta.

Conclusione

Raccontare non significa solo intrattenere.

Significa creare uno spazio in cui chi ascolta si riconosce, si interroga, si trasforma. Le tecniche avanzate che abbiamo esplorato non servono a “fare colpo”, ma a costruire esperienze che restano.

In aula, nel coaching, nella formazione aziendale: ogni storia che scegli di portare non è mai neutra. È un ponte. Un modo per dire: “Guarda, esiste anche questo percorso. Provalo.”

Che tu stia parlando a una classe numerosa, a un team o a una sola persona, ricorda: le storie non servono solo a spiegare. Servono a cambiare.

E in un tempo dove tutto è rapido, tecnico, impersonale… Raccontare bene è un atto radicale di cura.

 

Bibliografia

  • Heath, C., & Heath, D. (2008). Idee forti. Dalle leggende metropolitane ai nuovi prodotti: perché alcuni concetti durano e altri no. Rizzoli Etas.
  • Gallo, C. (2014). Talk Like TED: The 9 Public-Speaking Secrets of the World’s Top Minds. St. Martin’s Press.
  • Denning, S. (2011). The Leader’s Guide to Storytelling: Mastering the Art and Discipline of Business Narrative. Jossey-Bass.
  • Formenti, L., & Mortari, L. (a cura di) (2003). Narrare la formazione. Guerini Scientifica.
  • Lepschy, L. (2020). Storytelling nella formazione. La narrazione come strumento di cambiamento. FrancoAngeli.

 

Nello D’Agostino

Psicologo e vocal coach, si sta perfezionando al fine di diventare psicologo per artisti. Parimenti, mira a sviluppare programmi di formazione esperienziale per aziende, promuovendo la crescita personale e professionale.

E-mail: dagostinonello@gmail.com

 

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