Viaggiare è più che vivere. Diario di un viaggio solidale.

Viaggiare è più che vivere. Incrementa la collezione di ricordi da sgranare quando ti prende la nostalgia. Aumenta la rubrica dei contatti, amplia lo sguardo, affina i cinque sensi. Se poi il viaggio è solidale, allarga il cuore che accoglie la festa di benvenuto, l’abbraccio dei bambini, le storie d’amore e di dolore che ci si confida sui mezzi di trasporto tra una tappa e l’altra. E se il viaggio ha un’impronta ecologica e ambientale, attraversi di volta in volta territori e paesaggi che sembrano appena creati e alloggi in posti costruiti con legno e paglia per farne parte integrante.

Questi sono i viaggi Mais1

L’ultimo ci ha portati in Brasile con inizio a Belem e Manaus e trasferimento in Amazzonia attraverso fiumi e strade e ancora fiumi. Un viaggio dentro il Viaggio, come sono stati tutti i lunghi trasferimenti che ci hanno portato da un punto all’altro di questo immenso paese.

La prima esperienza è stata una metafora: abbiamo visto e toccato con mano il Rio Negro che incontra il Soliemas. Due fiumi che camminano paralleli per diversi chilometri senza mescolarsi. Il fiume Soliemas è bianco, freddo e scende impetuoso dalle montagne andine. Il Rio Negro è nero, calmo e placido e arriva dalle dolci pianure del Venezuela. Non potrebbero essere più diversi e scorrono insieme mantenendo le distanze.  Poi succede che si mescolano e generano il Rio delle Amazzoni. Come accade quando ci innamoriamo o emigriamo in una terra straniera o incontriamo qualcuno molto diverso da noi. Per un po’ manteniamo le distanze, poi ci presentiamo con il nostro nome, ci chiediamo l’un l’altro da dove veniamo e verso dove stiamo andando e impariamo a conoscerci. E quando infine le barriere della diversità si dissolvono nella comune umanità, scatta l’abbraccio generativo e diamo vita a qualcosa di nuovo e di mescolato, che è molto più della semplice somma di uno più uno. Con questo spirito facciamo il nostro ingresso in Amazzonia. L’inizio del mondo. Saremo accompagnati da Nilson, una guida speciale che ci ha presi per mano e ci ha portati fin dentro la foresta che, grazie a lui, abbiamo guardato e visto, ascoltato e sentito, toccato e accarezzato, assaggiato e gustato, annusato e inspirato. I cinque sensi allertati, sfidati, provocati. E noi ci siamo fidati e ne siamo usciti impregnati di odori e sapori primordiali.

Nilson ci ha spiegato subito come sopravvivere nella giungla se ci fossimo persi. Per prima cosa va costruita una cerbottana con foglia di palma e spina coriacea imbibita nel curaro ricavato dall’apposita liana. Poi si caccia una scimmia che viene paralizzata dal veleno. Per non morire avvelenati bisogna decapitare la bestiola e appenderla a testa in giù per fare colare il sangue al curaro e poterla infine mangiare in qualche modo… Ci siamo stretti in fila indiana e abbiamo convenuto che fosse meglio non perdersi! Nel frattempo assaggiavano i vermi bianchi e cicciottelli che si trovano dentro i semi di una palma e sanno di cocco, succhiavamo la corteccia dell’albero della china e annusavamo altri legni e piante medicinali.

In quei giorni amazzonici abbiamo pescato i piranha e accarezzato un piccolo caimano.

Con l’immancabile canoa abbiamo raggiunto un piccolo villaggio dove vive una famiglia mista di indigeni e locali e dove si coltiva la manioca che si trasforma in tapioca, in tucupi e in tanto altro. Abbiamo condiviso con Francisco, il capo famiglia, le tappe che dal tubero portano ai prodotti finali, con l’uso di semplici macchinari, tanta pazienza e una grande abilità. Nel frattempo Nilson ci faceva assaggiare e toccare e annusare, così da comprendere con il nostro stesso corpo il processo di trasformazione di un prodotto naturale, altamente tossico, in un alimento fondamentale della cucina amazzonica e brasiliana. L’ultimo regalo di Nilson è stato quello di condividere il risveglio della foresta, rinviato di giorno in giorno per la pioggia. L’ultimo giorno non pioveva e così ci siamo svegliati prima dell’alba. Un piccolo tratto in canoa e poi la lenta e costante salita sulla Torre dei centosessanta gradini. Arrivati in cima abbiamo spalancato gli occhi e il cuore, accogliendo in un abbraccio circolare la terra e il cielo, l’acqua e la foresta, le compagne e i compagni di viaggio, la bandiera del Mais. Siamo rimasti intrappolati nella bellezza di un paesaggio infinito di alberi e acque, fiori superbi, e uccelli che ci davano mille benvenuti. Abbiamo respirato la foresta e siamo tornati nelle nostre palafitte per chiudere i bagagli e riprendere il viaggio verso Salvador de Bahia.

Ma questa è un’altra storia.

L’impatto con la città ci ricorda che abbiamo preso un impegno con la foresta e i suoi abitanti. Forse non riusciremo a ripristinarla, ma proveremo a preservarla e ad ampliare di verde i nostri piccoli giardini e i balconi e il davanzale delle finestre. Ogni seme piantato sarà il nostro grazie a Nilson e all’ Amazzonia. Faremo la nostra parte, ciascuno con la sua goccia d’acqua nel becco, come il piccolo colibrì della foresta.

 

Per sapere qualcosa di più dell’Associazione MAIS

https://www.maisodv.org/associazione/

 

Antonella Marascia

Già Segretario e direttore generale di diversi enti locali, esperta di processi di sviluppo locale, formatrice, scrittrice.

E-mail: antonellamarascia@gmail.com

 

 

 

Author

  1. MAIS, acronimo di “Movimento per l’Autosviluppo Internazionale nella Solidarietà” è una Organizzazione di VOlontariato costituita nel 1987, ai sensi dell’art. 10, punto 8, del d.lgs. 4/12/97, n.460 (G.U. 2/1/98 n.1 []